Antonio Fabrocini
marzo 4, 2010 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Personaggi
Antonio Fabrocini nacque a San Giovani Rotondo il 22 dicembre 1856.
Svolse la professione di insegnante nelle scuole elementari del suo paese.
Amò lo studio e, in linea con le tendenze dei suoi tempi, predilesse i filosofi e gli scrittori antichi dell’epoca classica e del dolce stilnuovo.
La sua opera prima è costituita dalla tragedia in cinque atti “La Costanza di Socrate , applaudita da varii circoli letterari italiani, dedicata a S.M. Umberto I” (leggibile online), stampata in Napoli nel 1881 nella Tipografia di Raffaele Tortora. Essa tratta degli ultimi sprazzi di vita del grande filosofo, rinchiuso nelle prigioni e poi avvelenato per essersi rifiutato di onorare gli dei ateniesi .
Gli scritti del Fabrocini traboccano di amor patrio e di spirito religioso.
In un quaderno riportante l’effigie del re Vittorio Emanuele III intitolato “Opere inedite di Antonio Fabrocini” egli trascrisse “alcuni ricordi” , cioè alcuni suoi carmi di ispirazione politica e religiosa:
- Il Carme politico recitato il 14 marzo 1879 agli onorevoli cittadini ed autorità di S. Giovanni Rotondo”;
- Il Carme politico “Al Pensiero – All’Azione”;
- Alla Madonna sotto il titolo della Pace;
- Inno Sacro;
- Al Papa Pio IX;
- Per un Crocefisso;
- Epigramma;
- Preghiera alla Madonna;
- Al cuor di Maria;
- Uno sguardo Al Paradiso;
- All’Immacolata.
Di lui si conserva anche il manoscritto “Monografia di S. Giovanni Rotondo sul Promontorio Garganico” , opera rimasta incompiuta che tratta delle origini e della storia della città garganica.
Inoltre, in ricorrenza del venticinquesimo anniversario dell’eccidio borbonico consumatosi a San Giovanni Rotondo il 23 ottobre 1860, preparò per i suoi concittadini un epico discorso patriottico commemorativo dei 24 liberali uccisi , intitolato “Pel 23 ottobre 1860 in San Giovanni Rotondo”.
Un secondo discorso, altrettanto memorabile, fu pronunciato dal Fabrocini il 23 ottobre 1894 durante la cerimonia inaugurale della lapide dei ventiquatro Martiri della Libertà,affissa sulla facciata del Municipio della città.
Nei due forbiti discorsi - di cui se ne consiglia la lettura - egli riesce a trattare con grande equilibrio un argomento delicatissimo come quello dell’eccidio del 1860, mettendo in luce l’amore struggente per la patria e per San Giovanni Rotondo.
Morì a San Giovanni Rotondo il 2 luglio 1933.
Dio è morto?
febbraio 5, 2010 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Argomenti vari
E’ il caos morale e sociale. Crollati gli antichi Valori. Cancellati gli antichi modi di pensare, di governare, di fare giustizia. La Verità ha lasciato il posto alla menzogna. Soffocato il senso di libertà, fraternità ed uguaglianza.
Dov’è l’Onore? Dove, l’Orgoglio di sentirsi Uomini? E gli Ideali dei Partiti? Le Idee per le quali si combatteva, in vista di un fine sociale per il quale valeva la pena anche di morire?
Tutto finito?
La voce della coscienza tace. Dio è morto?
Abbiamo perso. Nietzsche ha vinto.
Il pensiero del filosofo maledetto, ispiratore del Nazismo, demonizzatore della Cultura e desacralizzatore del mondo, è esploso nell’animo umano mandandolo in frantumi.
Distrutti i miti ed i valori, gli idoli e le illusioni metafisiche, la profezia di una umanità nuova si è dunque avverata: è nato il Superuomo!
Viva il divorzio! Viva l’aborto! Viva la droga e la pornografia! Viva il malcostume politico e sociale, dilagante ed istituzionalizzato! Viva la bioetica addomesticata, l’eutanasia e la morte assistita! Viva la scienza senza confini! Abbasso la famiglia e la dignità umana!
Ci siamo finalmente liberati dei principi morali e religiosi, dei falsi pudori, della Cultura e della Storia, che ci trascinavamo appresso come una palla al piede.
Ci illudiamo di essere diventati Superuomini, confondendo la libertà con il libertinaggio.
La febbre da Superuomo investe tutti i campi, ma interessa soprattutto l’élite politico-economica che ci governa, ci sfrutta e ci condiziona. Un’élite trasversale che ha esercitato talmente bene la sua volontà di potenza nei confronti del prossimo, da essere riuscita a svuotarci dentro, facendoci barattare, in nome di una libertà fasulla, i valori della nostra cultura plurimillenaria con disvalori di basso profilo, resi appetibili subdolamente con la tecnica del martellamento mediatico incontrollato. E dentro, ormai, non abbiamo più neppure la forza di reagire.
Volevamo essere liberi e siamo diventati schiavi. Noi siamo il veicolo con cui si realizzano le libertà e le fortune dei potenti. Metamorfosi inversa di una farfalla che intesse il suo bozzolo per diventare crisalide. E’ questa l’evoluzione che volevamo dare alla democrazia? La democrazia è stata traghettata verso l’oligarchia di partito, che comprende dentro di sé tutte le oligarchie di questo mondo (industriale, scientifica, militare etc.).
La maggioranza dei cittadini non sembra accorgersi dei pericoli che corre la società del terzo millennio, una società in cui l’avere continua ad essere confuso con l’essere, dove il valore dell’uomo viene ancora commisurato in base alle sue capacità economiche e non in base alle sue qualità intellettuali, professionali ed etiche. Come si può sperare in un cambiamento se non si fa qualcosa per invertire questa tendenza? Quanto tempo ancora potrà resistere questa democrazia?
Il dio Denaro è stato capace di far assumere al nostro cuore la forma del salvadanaio. Per esso abbiamo imparato a tapparci la bocca e a turarci il naso. Non siamo neppure l’ombra di ciò che eravamo.
I giovani stanno pagando il prezzo imposto da una società egoistica ed ingiusta votata al consumismo, costruita o assecondata irresponsabilmente da noi, padri e nonni degeneri.
Il senso di vuoto interiore, che spesso li spinge verso la droga e l’alcool ancora adolescenti, avrà pure una causa scatenante! Ora che l’economia mondiale è entrata in crisi, mettendo a nudo quanto effimera sia la vita basata sul consumismo, lo spirito dei giovani si deprime ancora di più. Un interrogativo li affligge: Quale futuro per noi?
Le mie parole sono troppo pessimistiche, troppo generalizzanti e colpevolizzanti? Forse sì. Difatti vi sono tantissime persone di buona volontà, dai saldi principi morali, giovani e non, che agiscono nel rispetto del prossimo e delle leggi, che conoscono la differenza abissale che passa tra due modi diversi di concepire la vita e che hanno la capacità di reagire. Il guaio è che ognuno pensa di essere esente da colpe.
Perciò, anche se riteniamo di essere delle brave persone, è meglio considerarci TUTTI COLPEVOLI, perché tutti facciamo parte di questa società ingiusta e non ci sforziamo mai abbastanza per riportarla sui binari della correttezza.
E se qualcuno nega che questa società sia ingiusta, molto probabilmente lo fa per continuare a sguazzarci dentro.
Ma perché siamo fatti così? Perché la natura umana ci rende così ciechi e irresponsabili verso noi stessi e verso il prossimo?
La nostra società degenererà fino al punto da spingere i consociati a pensare che “il tuo male è il mio bene”? Una società siffatta sarebbe la negazione della democrazia e della libertà, la selva in cui s’acquatta l’homo lupus pronto a sbranare, la fornace ardente in cui si bruciano i valori del mondo.
Abbiamo bisogno di guardarci dentro e di convincerci che occorre assolutamente cambiare, TUTTI, politici e non.
Moralismo? No. E’ la voce di una coscienza che si ribella e non vuole adeguarsi al sistema, una tra tante che vogliono continuare a sentirsi libere.
Anche la mia città, la cara San Giovanni Rotondo, presenta sintomi di malessere, resi più evidenti dal suo brusco e travolgente miracolo economico, dovuto alla provvidenziale presenza di Padre Pio.
Con Padre Pio il Cielo ha voluto mandare a San Giovanni rotondo un faro spirituale e manna corroborante per ripagare i secolari sacrifici della sua gente. Gente un tempo umile, povera, ma fiera, dedita all’agricoltura e all’allevamento del bestiame, con una tradizione anche operaia, di lavoro duro, nella miniera di bauxite della Montecatini o nelle pietrose terre demaniali usurpate per necessità sopravvivenziali.
Quello sangiovannese, è un popolo che ha conosciuto nella sua storia tanta sofferenza, che ha visto distruggere la propria città dagli Angioini, dagli Svevi, dai francesi, che ha conosciuto morbi colerici, eventi sismici, carestie, eccidi, e persino scomuniche papali.
Per parecchi decenni, a partire dall’arrivo di Padre Pio, la stragrande maggioranza dei sangiovannesi ha avuto un comportamento adeguato, esemplare sotto molti aspetti. In questi ultimi decenni, invece, molti si sono lasciati risucchiare dal vortice della notorietà e del benessere. L’amore per Padre Pio oggi viene prevaricato in qualche misura dall’interesse economico.
I sangiovannesi non devono perdere la loro identità. Il “fenomeno Padre Pio” è e deve restare il volano dell’economia della città, ma occorre fare attenzione a gestirlo con molta discrezione ed attenzione, tenendo presente soprattutto il forte bisogno di spiritualità dei pellegrini, nell’interesse degli stessi imprenditori, i quali, dopo tutto, per dare una risposta alla forte richiesta di accoglienza, hanno scommesso fiduciosamente tutti i loro averi sulla figura del padre, talvolta indebitandosi.
Quando è necessario, bisogna avere il corraggio di tornare indietro, per andare avanti. La città deve fare tesoro dell’esperienza spirituale irripetibile vissuta con padre Pio e riprogettare in parallelo un’offerta turistica che sappia coniugare le necessità di oggi con il passato, senza offuscare minimamente le ragioni che spinsero padre Pio , quale supremo gesto d’amore per i sangiovannesi, ad esprimere il desiderio di essere seppellito, latu sensu, “in un qualunque cantuccio di questa terra”, cioè della terra di San Giovanni Rotondo.
“La distruzione del passato è forse il delitto supremo”, ammonisce la filosofa Simone Weil. Una comunità esiste in quanto esiste un legame che salda i vivi ai morti ed ai discendenti. Rotto questo legame, il gruppo cessa di esistere come comunità e muore anche la sua Cultura.
Molti dei concetti di questo post sono già stati da me sviluppati in un articolo di spalla pubblicato dal periodico locale “il Pirgiano” nel lontano 1991. Perciò qualche sporadico lettore dalla memoria di ferro, rileggendomi, potrebbe esclamare: rieccolo!
Ebbene, sì! Rieccomi, dopo diciotto anni, per ricordare a me stesso e agli altri che il tempo trascorre inesorabile e che l’uomo persiste nell’errore.
C’è stato un ricambio generazionale, sono scomparsi o mutati partiti, governi ed amministrazioni e ci ritroviamo a parlare sempre delle stesse cose, degli stessi problemi, con lo scrigno dei valori che resta chiuso in un angolo, tutto impolverato.
Com’è difficile, in queste condizioni, volare alto oltre le bandiere, oltre i confini degli egoismi!
Ma la speranza è dura a morire. Del resto i Valori, quelli veri, se invocati con forza da tutti, sono come l’Araba Fenice: quando tutto sembra perduto, sanno risorgere dalle loro ceneri, più forti e vigorosi di prima.
La tragedia dell’11 settembre 2001 e Padre Pio
settembre 9, 2009 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Americani e Padre Pio
Nella nuova terra di adozione essi lavorarono, soffrirono e progredirono, conquistandosi gradatamente il diritto ad una vita più dignitosa, senza mai recidere i legami affettivi con i parenti e la Patria lontana. E mentre la nostalgia struggente attanagliava i loro cuori, i parenti italiani aspettavano notizie, fremevano per loro e per i loro figli, impedendo al lento ed inesorabile fluire del tempo di stendere su tutto il velo dell’oblio.
Il giorno degli attentati alle twin towers e al Pentagono, la città di padre Pio rimase scossa profondamente. Il Comune e i Frati Minori Cappuccini della provincia di Sant’Angelo organizzarono subito una fiaccolata commemorativa, che fece registrare una numerosissima e commossa partecipazione popolare.
Il corteo mosse simbolicamente da Piazza dei Martiri, dove ha sede il Municipio. Poi si snodò lungo i due chilometri che la dividono dalla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, dei frati Cappuccini. Era il il 14 settembre 2001.
La folla riempì il santuario di Padre Pio, incapace di contenerla tutta. Seguirono momenti di preghiera, di riflessione e testimonianza.
Nella triste occasione l’avv. Antonio Squarcella, Sindaco di San Giovanni Rotondo, pronunciò questo discorso:
«Sappiamo tutti i motivi che ci hanno spinto a ritrovaci tutti uniti, in questa fiaccolata simbolica.
Era una mattina piena di sole, quella dell’11 settembre nei cieli di New York e di Washington. Poi, fulmini a ciel sereno hanno scosso il mondo! Migliaia di uomini uccisi, senza distinzione colore, di età o di sesso. Tanti dispersi. (…)
Eravamo incapaci di credere che la malvagità umana potesse concepire e compiere, con tanta sadica determinazione, azioni di terrorismo così pesanti contro tanti innocenti. Eppure sono state compiute!
L’America ha rivissuto la tragedia di Pearl Harbor nelle mura di casa, sotto i riflettori dei Networks televisivi che ne hanno amplificato l’impatto psicologico in tutto il mondo. (…)
Abbiamo negli occhi le terribili ed indelebili immagini delle due torri gemelle che si frantumano al suolo, del Pentagono avvolto nel fumo e della corsa frenetica dei soccorritori, mandate in onda quasi ossessivamente da tutte le televisioni. Sono immagini che hanno aperto una ferita profonda nei nostri cuori.
Noi siamo qui riuniti per ricordare le vittime di quest’immane tragedia.
La popolazione sangiovannese non ha dimenticato che fu proprio il popolo americano a mandare la somma più cospicua per l’erezione dell’Ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”. Ed oggi, nell’ora del dolore, gli è vicino e gli attesta la sua riconoscenza con un gesto d’amore fraterno. (….)
Oggi piccoli gruppi organizzati di uomini esaltati, infiltrati nel tessuto sociale delle nazioni civili, possono cambiare i destini del mondo, seminandovi odio e morte!
Da tutto questo emerge che l’uomo, messo di fronte alle negatività del suo simile, da forte diventa inerme.
Il terrorismo è una prerogativa delle belve umane. Noi siamo qui per condannarlo, per esecrarlo con tutte le nostre forze.
Siamo qui per dire un no alla violenza e all’odio. E’ un NO forte, che parte da una terra di pace, dalla quale s’irradia il messaggio d’amore del beato Padre Pio da Pietrelcina, il Cireneo di tutti, che ha santificato la sua vita caricandosi sulle spalle la Croce dei peccati degli uomini.
Queste fiammelle tremolanti, che commemorano tutti i caduti degli atti terroristici, stiano a rappresentare anche la luce della speranza e della fede, la quale non abbandona mai l’uomo, neppure in momenti tristi come quelli che stiamo vivendo».
Dopo gli attentati, gli americani scrutarono il mondo, con lo sguardo smarrito, in cerca di sollievo e di forza vitale, per poter riprendere il loro cammino di libertà. E lo sguardo si posò sul Gargano, attratto dall’alone luminoso di un umile frate che , come loro, quand’era in vita fu schiacciato dal peso della Croce.
Perciò la mattina del 23 settembre 2002, in occasione della celebrazione della prima ricorrenza liturgica dedicata al neo-canonizzato San Pio da Pietrelcina, arrivò a San Giovanni Rotondo una delegazione statunitense.
La sera prima la pioggia, il cielo scuro ed i lampi avevano tormentarono i fedeli, facendo impallidire le luci delle luminarie. Ciò non aveva impedito ad una folla di circa settantamila persone, stipate in chiesa e sul sagrato attrezzato con maxi-schermo, di commemorare la morte di Padre Pio .
Iniziata la veglia, come per incanto la pioggia cessò.
A mezzanotte il ministro generale dell’Ordine cappuccino John Corriveau celebrò la prima messa in memoria del Santo.
A mezzogiorno del giorno 23, durante la suggestiva messa celebrata all’aperto dal cardinale di Boston Francis Bernard Law, la commozione generale assalì i presenti. Gli americani consegnarono al compianto Padre Gian Maria Cocomazzi, superiore del convento di Padre Pio, una scultura bronzea raffigurante San Pio da Pietrelcina con il corpo slanciato verso il cielo, in mezzo alle due torri gemelle distrutte.
La scultura, per volontà del senatore Edward Kennedy, era avvolta nelle bandiere del Senato e della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, a testimonianza della devozione dei cattolici americani. Con questo rito simbolico, gli americani invocavano la protezione del Santo del Gargano sulla loro nazione.
All’atto dello scambio del segno di pace, anche i fedeli vietnamiti affidavano a San Pio da Pietrelcina la bandiera del loro paese e una fiaccola accesa, simboleggiante la speranza in un futuro migliore per l’umanità.
Il Cardinale Law ricordò ai presenti che in quella santa ricorrenza c’era la gioia dei credenti «ma anche il dolore di chi ha sofferto i lutti dell’11 settembre».
Il padre guardiano del convento rassicurò il cardinale sulla sorte delle vittime:
«Sono certo che Padre Pio ha accompagnato in cielo ogni vita perduta negli attentati».
Ricordò poi i sentimenti di riconoscenza nutriti in vita da padre Pio per l’America, che aveva accolto suo padre da emigrante, consentendogli di guadagnare il denaro necessario per mantenerlo negli studi.
«Mio padre – diceva padre Pio – varcò due volte l’oceano per farmi fare monaco».
Nel pomeriggio la statua-reliquiario di San Pio da Pietrelcina fu portata per la prima volta in processione per le strade di San Giovanni Rotondo, addobbate con coperte multicolori, pendenti dai balconi, tra fiaccole e battimani e sotto una fitta pioggia di petali di rosa.
I festeggiamenti della cittadinanza per la prima ricorrenza di San Pio da Pietrelcina si conclusero con la consegna delle chiavi della città da parte del sindaco, collocate nella cripta, vicino alle spoglie del Santo. Dopo gli Stati uniti d’America, anche la città di San Giovanni Rotondo si affidava alle paterne cure di San Pio da Pietrelcina.
Padre Gabriele Antonio Musti da San Giovanni Rotondo
giugno 13, 2009 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Personaggi
Questo articolo offre notizie molto più particolareggiate e precise, ricavate dalle Memorie istoriche della Chiesa e Convento di Santa Maria in Araceli di Roma raccolte dal P. F. Casimiro Romano (Roma, 1845, Tipografia della R.C.A.). Nel libro l’autore usa il nome di Gabriellantonio. Pertanto il nome esatto del Padre potrebbe essere Gabriello Antonio.
Antonio Musti nacque nella Terra di S. Giovanni Rotondo il 21 febbraio 1661 da Sebastiano e da Maddalena Fiocco. I genitori lo educarono perfettamente nelle virtù cristiane. In età giovanile apprese con facilità e profitto le lettere umanistiche e poi la Filosofia, sotto la guida del maestro padre Sirena , religioso dei frati minori conventuali.
Dio lo volle ab aeterno ministro del suo santuario e gli ispirò i principi più importanti della filosofia cristiana. La percezione della brevità delle cose terrene, dell’eternità dei castighi infernali e dell’incomprensibilità dei beni celesti, lo spinse ad entrare a far parte dei chierici secolari. Abbandonò quindi il paese, amici e parenti per ritirarsi nel convento di San Giovanni in Lamis, oggi convento di S. Matteo Apostolo, distante pochi chilometri da San Giovanni Rotondo. Qui il 21 marzo 1683 ricevette l’abito dei frati minori e gli fu imposto il nome di Gabriello, in aggiunta al nome di battesimo Antonio.
Durante il noviziato acquisì modestia nell’apparire e sobrietà nel parlare; praticò il digiuno , la preghiera e la contemplazione assidua. Ma, soprattutto, ricercò la mortificazione severa del proprio corpo , affliggendolo con cilici e regole così aspre da cessare di percuoterlo soltanto quando il pavimento e le pareti rosseggiavano di sangue.
Egli si sforzò di nascondere tutto questo ai suoi compagni, poiché voleva piacere unicamente a Dio e considerava vana e pericolosa l’ammirazione degli uomini. Ma lo strazio che faceva del suo corpo per lodare Dio non poteva passare inosservato. Perciò fu per loro di esempio, infiammandoli nel cammino della perfezione.
Professata la regola dei frati minori, si applicò allo studio della filosofia, dimostrando di possedere rare doti intellettuali, tanto da sorpassare negli studi tutti gli altri studenti e da essere considerato idoneo ad apprendere la teologia nel Convento di Santa Maria Araceli di Roma, situata sul colle capitolino. Qui il superiore generale, prima ancora che il suo corso terminasse, decise di nominarlo lettore di filosofia , affinché i giovani potessero apprendere dalle sue pratiche le virtù , e dalla sua dottrina la scienza . Ma P. Gabriele Antonio, che desiderava perfezionarsi nella scuola dello spirito, non accettò, pensando alle insidie che spesso si nascondono dietro incarichi di prestigio. Chiese, invece, di ritirarsi nel solitario Convento di Civitella, situato nella celebre Badia di Subiaco, ove dimorò per alcuni anni, con grande soddisfazione della sua anima.1
Desideroso di terminare lì i suoi giorni, chiese di essere incorporato nella Provincia di Roma , cosa che gli fu concessa il 22 aprile dell’anno 1689.
P. Gabriele Antonio si trattenne però in quel seminario di Santi fino a quando il Signore non lo ispirò di trasferirsi in Cina, per liberare il suo numerosissimo popolo dall’oscurità delle tenebre. Desideroso di attendere alla cura di tante anime, si portò subito ai piedi del Sommo Pontefice Innocenzo XII e rifiutò quanto questi gli offrì per il lungo e faticoso viaggio, argomentando che Dio non lo avrebbe mai abbandonato, provvedendo a tutto il necessario. Ottenuta la santa benedizione del pontefice, si mise in viaggio .
P. Gabriele Antonio uscì da Roma con il suo breviario verso la fine del mese di aprile 1698, insieme ai Padri Giovambattista da Deliceto e Carlo da Castorano , e al frate laico Vincenzo da Roiate. Dopo aver attraversato Italia, Germania, Polonia, Russia Occidentale, non essendo riuscito ad ottenere dallo Zar il permesso di attraversare la Siberia, fu costretto ad incamminarsi per i regni di Cassan ed Astracan, sopra il fiume Volga fino al mar Caspio.2 Quindi, attraversata la Persia , si imbarcò nel Porto di Bandarbassi3 alla volta di Soratte e da qui il 25 agosto 1700 giunse al Porto Hiamuen, nella Provincia di Fokien . Dimorò per circa un anno nella Provincia di Kiangs, per apprendervi la difficilissima lingua. Poi si trasferì insieme ai tre compagni nella Città di Tungciangfu , dove si fermò per circa quattro anni .
Nel periodo trascorso in Cina non riuscì a combattere l’idolatria e a debellare la superstizione, come egli avrebbe voluto. Conobbe carceri,4 esili ed infermità che mai lo abbandonarono. Allora sfogò tutto il disappunto contro il suo corpo, come per punirlo, macerandolo con astinenze rigorosissime, e tormentandolo con aspri cilici e severe discipline. Alle sofferenze fisiche si aggiunse anche il pessimo clima. Per cui, accortosi di essere diventato infruttuoso per gli altri e pressoché inutile per se stesso, decise di ritornare in Italia. Durante il viaggio toccò Macao, la città di Ponticheri, nelle coste di Coromandel, il Capo di Buonasperanza e Lisbona. Infine, arrivò felicemente a Roma il di 3 Settembre 1716, dopo essersi recato nel Convento di Assisi per ringraziare la Regina degli Angeli.
Trattenutosi poi alcuni giorni nel convento di Araceli, fece ritorno a quello di Civitella, e vi restò fino al mese di luglio dell’anno 1717, avendo ottenuto la facoltà di trasferirsi nei santuari di Loreto, e del Monte Gargano.
Fu allora che i sangiovannari chiesero al loro arcivescovo di far predicare P. Gabriele Antonio nel paese natìo, nell’entrante periodo quaresimale. Ma Monsignor Giovanni de Lerma, arcivescovo di Siponto, aveva già nominato il predicatore quaresimale del pulpito di San Giovanni Rotondo. Pertanto lo destinò al pulpito di Carpino, terra situata nel cuore del monte Gargano.
Giunto a Carpino , il Servo di Dio entrò in Chiesa, dove trovò esposto alla pubblica venerazione il Santissimo Sacramento, e vi si trattenne fino alla notte, assorto in celesti contemplazioni.
La fama delle sue virtù lo seguiva dappertutto, come l’ombra segue il corpo. Ciò fece nascere nel cuore dei carpinesi sentimenti di somma riverenza, tanto che, incontrandosi, l’uno diceva all’altro allegramente:
«Felici noi, perchè Dio ci ha mandato un predicatore santo» .
P. Gabbriele Antonio predicò ancora di più con l’esempio che con le parole, giacchè il suo stile di vita, che conservò fino alla fine dei suoi giorni , fu mezzo efficacissimo per instillare negli animi delle sue pecorelle l’abborrimento del vizio e l’amore per le virtù.
Ogni notte andava nella Chiesa di S. Croce , lontana 200 passi circa da Carpino, e vi si tratteneva lungamente in sante meditazioni, alle quali seguivano asprissime discipline, provate anche dal sangue trovato sparso sul pavimento dopo la sua morte . Nella casa in cui era alloggiato, non faceva altro che pregare, flagellarsi e percuotersi il volto con le mani. Dormiva su nuda terra oppure su assi di legno. Osservava rigoroso silenzio , e aveva il dominio assoluto degli occhi. Insegnava i rudimenti della fede cristiana ai fanciulli, e si dedicava volentieri alle confessioni. Le fave abbrustolite, e alcune volte talune erbe amare che egli stesso raccoglieva nei campi, costituivano il suo cibo ordinario, mentre dispensava ai poveri il pane e le altre cose somministrategli dai benefattori. Durante l’ultima sua infermità non volle bere del brodo ristoratore, né mangiare carne, accettando un poco di riso cotto nell’acqua solo per compiacere alle persone che lo assistevano.
Il 13 aprile 1718, mentre predicava, fu assalito da febbre fortissima con parossismi, che due medici dichiararono mortali . Il clero ed il popolo, che lo amavano teneramente, volevano chiamare altri medici, per curarlo: egli li ringraziò affettuosamente, ma disse che tutto sarebbe stato inutile perché doveva morire dopo qualche giorno. La stessa cosa aveva già detto al r.d. Carlo di Martino, e a Luca di Lella.
La sera del 18, accortosi che stava per morire, chiese agli astanti di allontanarsi, per consentirgli di unirsi più strettamente al Signore. Gli assistenti uscirono con rammarico dalla sua camera, ma si fermarono davanti all’uscio, da dove era possibile osservare tutto quello che accadeva.
Appena usciti, videro che l’infermo si era inginocchiato a terra e cercava d’imprimersi sulla fronte, sulle mani e sui piedi il segno del Tau, con un ramo di palma benedetta. Perciò rientrarono subito in camera e lo pregarono di rimettersi subito a letto.
Ma, disteso che fu sul letto, P. Gabriele Antonio venne rapito dalle delizie del Paradiso. Ebbe solo il tempo di recitare un’Ave Maria. Poi sollevò le mani, si chiuse gli occhi, poggiò le braccia sul petto a forma di croce e, spirò dolcemente, senza alcun segno di agonia. Erano le cinque e mezza del 18 aprile 1718.
Si sentì il suono di una campana, secondo l’uso di quella Terra, che avvisava i fedeli di pregare per l’anima del defunto. Ma ciò destò la meraviglia di tutti. perchè nessuno aveva dato notizia della morte del Padre. Anzi, neppure le persone che lo avevano assistito avevano ben compreso che fosse spirato.
Il corpo di P. Gabriele Antonio restò insepolto per quattro giorni, per poter soddisfare la devozione delle popolazioni che a gara gli si affollavano intorno per baciarlo, per tagliargli l’abito e per chiedere intercessioni presso Dio, secondo le proprie necessità.
Con grande meraviglia degli astanti, le spoglie del Servo di Dio erano bianche , colorite , carnose e flessuose: nulla a che vedere con il colore olivastro della pelle di quand’era in vita, né con il corpo ischeletrito dalle astinenze e dagli strapazzi.
Mentre i fedeli recitavano l’ufficio dei defunti, alcuni videro gli occhi del sant’uomo aprirsi e chiudersi. Quando poi la salma stava per essere sistemata nella cassa per essere seppellita, dalle nari uscì un rivolo di sangue vermiglio, che fu raccolto con fazzoletti dai devoti. La sepoltura fu eseguita nella Chiesa Parrocchiale di Carpino, intitolata a San Nicola di Mila, nel posto riservato ai RR. Sacerdoti.
Verso la fine di agosto dell’anno 1731, con licenza della curia Arcivescovile di Manfredonia, le spoglie di P. Gabriele Antonio furono trasferite in un loculo ricavato nel muro situato a destra della porta grande della stessa Chiesa, dove fu apposta la seguente iscrizione:
D. O. M.
MORTALES EXUVIAE
P. GABRIELIS A SANCTO JOANNE MINORUM OBSERVANTIAE
POST EXANTLATOS IN SINARUM MISSIONIBUS
APOSTOLICOS LABORES
HIC DEPOSITAE
PUBLICAM JACTURAM ET LACRYMAS OMNIUM COMPESCANT
UBI QUADRAGESIMALIS CONCIONIS MUNERE
PIE SANCTEQUE EXPLETO
FRACTIS AUSTERITATE VITAE VIRIBUS
IN OSCULO DOMINI DECESSIT
DIE XVIII APRILIS MDCCXVIII.
Per intercessione di P. Gabriele Antonio i fedeli ricevettero molte grazie applicando sul corpo l’immagine del Crocifisso, che egli aveva portato sul petto nei suoi viaggi , oppure la borsa del suo breviario o il mantello. Molti infermi disperati guarirono, e moltissime donne superarono i pericoli del parto.
In occasione di trasferirlo al nuovo sepolcro, un’ossessa di otto anni fu liberata con il solo tocco di quelle sacre spoglie ed un uomo, bevendo con acqua la polvere attaccata alla cassa sepolcrale sconfisse la febbre quartana, che lo aveva tormentato per 16 mesi.
Note:
- Civitella è l’odierna Bellegra (convento San Francesco d’Assisi). [↩]
- I regni di Cassan e Astracan erano abitati da popolazioni tartare. [↩]
- All’ingresso del Golfo Persico. [↩]
- Qualche decennio dopo tra i missionari che operarono in Cina si contarono numerosi martiri, soprattutto nella provincia del Fo-Kian in cui operò padre Gabriele A. Musti. [↩]
Alfonso D’Artega, Padre Pio e le bombe americane
febbraio 19, 2009 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Americani e Padre Pio
Tra le composizioni popolari si ricordano “The NBC Chimes Theme”, “Ask Your Heart” e “Fiesta en Granada”. Ha composto anche la famosa canzone “In the Blue of Evening”, cantata dal grande Frank Sinatra. Morì il 20 gennaio 1999.
Padre Nicholas Gruner, in una conversazione con James Demers, disse di aver incontrato nel 1968 a San Giovanni Rotondo Alfhonse D’Ortega (sic), che gli raccontò una storia circolata nell’ambiente militare dell’U.S. Air Force, durante la seconda guerra mondiale.
D’Ortega si trovava in una base a circa quaranta chilometri da San Giovanni Rotondo, da cui partivano i bombardieri verso la Jugoslavia.
Il colonnello aveva vietato tassativamente ai suoi piloti di tornare in aeroporto con bombe a bordo, perché un eventuale incidente in fase di atterraggio avrebbe fatto saltare in aria tutta la base.
Un giorno un pilota che rientrava da una missione, giunto ad una diecina minuti di volo dalla base, si accorse di avere ancora una bomba a bordo. Voleva sganciarla, ma vide una nube dalle sembianze umane venirgli incontro e gridargli: «Non farlo!».
Tuttavia bisognava eseguire gli ordini ricevuti. Perciò, per quanto fosse impaurito, schiacciò ripetutamente il pulsante che attivava il meccanismo di sganciamento della bomba, senza riuscire nell’intento. Quando il carburante cominciò a scarseggiare, il pilota fu costretto ad atterrare con la bomba a bordo.
Saputo il fatto, colonnello s’infuriò e voleva portarlo davanti alla corte marziale. Ma dopo aver ascoltato le sue giustificazioni, pensò che avesse volato troppo a lungo e che avesse solo bisogno di un periodo di riposo.
Un ragazzino di nove anni che lavava i piatti nella mensa, esclamò:
«Oh, questo fatto mi fa pensare a Padre Pio».
Incuriosito da queste parole, D’Ortega contattò il pilota e gli propose di andare a verificare di persona a San Giovanni Rotondo.
Si recarono entrambi in chiesa. Quando Padre Pio entrò per celebrar Messa il pilota, che era protestante e non era mai entrato in una chiesa cattolica, riconobbe in lui l’uomo che aveva visto tra le nubi.1
D’Ortega disse a Padre Nicholas che nella stessa base si raccontavano altre storie simili accadute ad altri soldati nei cieli di San Giovanni Rotondo.
Per puro caso conobbi anch’io, tramite uno zio, Alfonso D’Artega – questo è il cognome corretto – qui a San Giovanni Rotondo, qualche anno prima di Padre Gruner.
D’Artega allacciò una sincera amicizia con Giovanni Siena, insegnante-giornalista sangiovannese e figlio spirituale di Padre Pio, che, malgrado l’età avanzata, ricorda perfettamente le frequenti visite al frate stigmatizzato.
D’Artega era un famoso musicista americano di origine spagnola. Durante la seconda guerra mondiale era stato aggregato ad un Bomb Group dislocato nelle vicinanze di San Severo, dove intratteneva i soldati con la sua orchestra, per tenere alto il loro morale.
La breve distanza che divideva la sua base militare da San Giovanni Rotondo gli permise di frequentare padre Pio, col quale instaurò un bel rapporto, tanto da tornare più volte sul Gargano, anche dopo la guerra.
«D’Artega – racconta zio Giovanni – mi riferì una storia simile, che pure circolò tra i piloti dell’U.S. Air Force.
Nel 1943 gli americani non erano riusciti ad individuare la grande miniera di bauxite di San Giovanni Rotondo, considerata un obiettivo di primaria importanza. Perciò avevano deciso di bombardare a tappeto tutto il paese per bloccare il ciclo estrattivo del minerale. Quando lo squadrone di bombardieri giunse vicino al centro abitato, tra le nuvole apparve ai piloti la figura luminescente di un monaco a braccia aperte, che sbarrava l’accesso allo spazio aereo sovrastante .
Con immenso stupore dei piloti i velivoli, guidati da una forza invisibile, invertivano la rotta senza poter sganciare una sola bomba».
D’Artega era affascinato dalla figura di Padre Pio.

S. Giovanni Rotondo, Convento Cappuccini. Al centro: Alfonso D'Artega (terzo da sinistra) e Giovanni Siena (secondo da sinistra) nella "Sala S. Francesco"
Un giorno arrivò sul Gargano con un cameraman e con l’attrezzatura necessaria per fare delle riprese. Voleva girare un film sul frate stigmatizzato.
Iniziò a riprendere gli uliveti delle Matine, i fichi d’india e la montagna su cui sorge San Giovanni Rotondo, cercando di descrivere le dolci sensazioni che si provavano arrivando in quella santa terra. Ma le riprese non era all’altezza delle sue aspettative, e dopo qualche tentativo desistette dall’impresa.
Nel corso di una visita D’Artega mostrò a padre Pio un disco appena inciso, contenente una composizione musicale a lui dedicata.2
Il Padre, forse presagendo l’approssimarsi della fine della sua vita terrena, esclamò:
- Ma questa è una musica per un funerale!
Effettivamente sembrava una musica da Requiem».3
Ascolta qui “The Blue Of Evening”, composta da d’Artega per Frank Sinatra
Charles Mortiner Carty riporta la notizia che durante la guerra gli americani avvisarono i residenti civili di evacuare il paese perchè sarebbe stato distrutto entro 48 ore.
Ciò provocò grande panico. Il sindaco allora corse da Padre Pio e gridò:
«Dobbiamo andarcene; stanno per bombardare la città».
Ma il Padre lo rassicurò:
«Devi dire alla popolazione di rientrare in casa e di pregare. Non ci sarà alcun bombardamento».
Due giorni dopo , ventotto B-29s americani arrivarono nel cielo di San Giovanni Rotondo; ma i piloti, mentre volavano a circa 15.000 piedi di altezza, videro un monaco che faceva dei segni in loro direzione.
Stupefatti ed assaliti da timore, i piloti invertirono la rotta e lasciarono cadere le bombe in un campo vuoto, 25 miglia a Sud di San Giovanni Rotondo.
Dopo la guerra uno dei piloti si recò sul Gargano, per conoscere il monaco straordinario.
Finita la messa, mentre il pilota stava per andare via, Padre Pio uscì dalla sacrestia e gli disse:
“volavamo alto quel giorno, vero?”.4
Note:
- The Secret of Padre Pio – A Conversation between Father Nicholas Gruner and James Demers. [↩]
- Quasi sicuramente si tratta della composizione “Padre Pio of Pietrelcina” inserito in un LP dal titolo “The story s victim of love”. Esiste anche un altro LP, edito dal Convento dei Cappuccini, intitolato “La Santa Messa di Padre Pio”, con musica di A. D’Artega e testo di Padre Cristoforo da Vico. [↩]
- Intervista all’insegnante Giovanni Siena. [↩]
- Charles Mortimer Carty, Padre Pio the Stigmatist, Tan Books and Publishers inc., 1973 – Rockford, Illinois [↩]
L’attore Ramon Novarro ai piedi di Padre Pio
febbraio 15, 2009 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Americani e Padre Pio
Nel registro dei visitatori del convento di Santa Maria delle Grazie spiccano i nomi di due star del cinema americano: Loretta Young, vincitrice di un premio Oscar, e Ramon Novarro.
Mary Pyle raccontò che la Young, intervistata dai giornalisti su cosa l’avesse colpita di più durante le sue vacanze europee, rispose:
«La messa celebrata da Padre Pio a San Giovanni Rotondo»
Novarro, invece, uno dei divi più famosi di Hollywood, dichiarò che, dopo aver incontrato Padre Pio, non avrebbe più parlato del suo passato.1
L’attore, il cui vero nome è Ramon Samaniegos, nacque a Durango, in Messico, nel 1899. Durante la rivoluzione messicana del 1910 fuggì con la sua numerosissima famiglia negli Stati Uniti . Nei successivi dieci anni menò una vita grama.
Ramon intraprese la carriera di attore spinto soprattutto dalla necessità.
Egli merita un posto di assoluto rilievo tra i personaggi caduti ai piedi di Padre Pio.
Il suo nome evoca la magia dei grandi film romantici del cinema muto, che gli assicurarono un posto fra le più grandi stelle di tutti i tempi.
La sua carriera cinematografica abbraccia gli anni compresi tra il 1917 e il 1960.
Rivale ed erede di Rodolfo Valentino, Ramon Novarro raggiunse l’apice della notorietà negli anni 20 e 30. Girò oltre cinquanta film, tra cui il famosissimo Mata Hari, con partners d’eccezione come Greta Garbo, Myrna Loy, Joan Crawford, Helen Hayes, e tante altre.
Dopo il 1960 continuò a lavorare come attore in episodi girati per la televisione.
Uomo dalla personalità molto complessa, Novarro avvertì un crescente contrasto tra la profonda educazione religiosa ricevuta in famiglia ed il mondo della celluloide, che mal si conciliava col suo grande bisogno di spiritualità.
Il suo animo delicato e gentile era lacerato dal perenne conflitto tra le proprie aspirazioni religiose, manifestate in un cattolicesimo praticato assiduamente, e le lusinghe diaboliche di un vizio che non riusciva a dominare; perchè Novarro, il latin lover circondato da donne famose che tutti invidiavano, in realtà praticava l’omosessualità, tenuta nascosta per tanti anni e conosciuta soltanto dagli amici più intimi.
Nella maturità sembrò che l’attore fosse riuscito a vincere la sua battaglia, grazie alla serenità ritrovata in una fede rinsaldata da nuovi e più profondi fermenti cristiani.
In questo periodo fu attratto dalla figura di Padre Pio.
Giunto a San Giovanni Rotondo nel 1954, Novarro ebbe la ventura di conoscere Giovanni Siena2 che, quale testimone diretto dell’evento, pubblicò un interessante reportage sulla breve esperienza dell’attore con Padre Pio.
Agli inizi di marzo un uomo sulla cinquantina, con un’espressione di dolcezza negli occhi ed il volto dai tratti ancora nobili e belli incorniciato da una barbetta brizzolata, varcò verso sera la soglia dell’albergo Santa Maria delle Grazie, adiacente al Convento di Padre Pio, e in corretta lingua italiana chiese una cameretta.
- Mi trattengo tre giorni – disse – e prevedendo una domanda della signorina che aveva posto mano al registro dei clienti, l’ospite scandì il proprio nome e cognome.
Per facilitare la trascrizione delle generalità, le pose sotto gli occhi il passaporto spiegato.
- Ramon Novarro… e viene da Hollywood?, domandò la ragazza, il cui respiro diventò affannoso.
Ramon sorrise guardando negli occhi la sconcertata signorina. Era lui, sì, il celebre interprete del famoso «Ben-Hur» e di tanti altri film indimenticabili, ma, per carità, silenzio! L’attore pose l’indice sulle labbra e raccomandò caldamente che non si facesse chiasso intorno al suo nome.
Da anni Ramon aveva detto addio alla frivola gloria di Hollywood con il cuore gonfio di amarezza e di disgusto, dopo aver sperimentato a sue spese la verità del passo famoso dell’Imitazione di Cristo che doveva egli leggere il giorno dopo, sulla porticina della cella appartenuta un tempo a Padre Pio:
La gloria del mondo ha sempre per compagna la tristezza.
Era stanco dei clamori del mondo. Perciò aveva ceduto all’impulso che lo richiamava alla pratica di una vita pura, fatta di sacrificio e di rinunzia, di preghiera e di raccoglimento, alla quale la mamma – una piissima mamma di ben 13 figli, rimasta sempre viva nella sua memoria e di cui meditava e praticava ancora i saggi consigli – lo aveva esortato sin dall’infanzia.
Né da allora erano valse a rimuoverlo dal suo proposito le esigenze dell’arte, la fedeltà e la felicità dell’interpretazione, a scapito – ciò da cui Ramon aborriva – della personalità dell’artista ed anche della sua dignità.
Però Ramon, in fatto di Religione, non era un uomo ligio ai compromessi e alle vie di mezzo. Novarro era coerente: To be or not be, o essere o non essere cristiano. Hollywood, la Mecca del Cinema, raramente si accordava con la coscienza di un uomo che volesse vivere integralmente il cristianesimo.
Questa la ragione prima della resistenza di Novarro alle pressioni dei produttori, ragione che lo stesso Padre Pio, pur non avendo mai saputo nulla dell’attore, neppure forse della sua esistenza, intuì e disse al primo incontrarsi con lui, nei corridoi del Convento:
«Tu sei quello che ha capito in tempo che non si può servire a due padroni».
Ramon era quello che si dice un cristiano esemplare ed era per giunta terziario francescano.
Nella sua lontana California, dove viveva in una villa situata a nord di Hollywood, spesso aveva letto e sentito parlare di Padre Pio e si era lusingato di salire un giorno con gli altri pellegrini alla Sacra Montagna del Gargano per rendergli visita nel Convento di San Giovanni Rotondo. Ora questo suo desiderio era stato finalmente appagato.
Già al corrente di quanto le folle facessero ogni giorno ressa intorno a Padre Pio, Ramon Novarro poco aveva sperato di poterlo avvicinare e parlargli, né, nella sua ammirevole umiltà, si era lusingato di vedersi facilitata la via di accesso dalla grande popolarità del suo nome.
Il piissimo Cappuccino lo ricevette con molta affabilità, trattenendolo in più di un colloquio privato. Per due volte l’attore poté partecipare alle consuete conversazioni vespertine nel bianco salotto del Convento, dove il mistico stigmatizzato dell’altare diventava tranquillamente il figlio di tata3 Orazio Forgione, tutto arguzie e francescana letizia; lo stesso salotto nel quale un altro noto attore, il nostro Carlo Campanini, faceva spesso a gara con Padre Pio nell’esilarare i convenuti col suo inesauribile repertorio umoristico.
L’eccezionale pellegrino Ramon inoltre si confessò e comunicò col Padre e fu esaudito da lui in un desiderio che era stato, si può dire, il motivo principale del suo viaggio a San Giovanni Rotondo: la benedizione del saio francescano che si era portato dalla lontana America, custodito gelosamente nella valigia.
Ma quello che più lo edificò e commosse, oltre alla Messa celebrata da Padre Pio, fu la grande bontà del Cappuccino intravista nei suoi gesti e nelle sue parole e soprattutto nelle estenuanti quotidiane fatiche alle quali questi si sottoponeva senza risparmiarsi, nonostante l’età, la costante perdita di sangue dalle stimmate e le varie misteriose infermità che lo affliggevano in continuità.
Padre Pio – fece intendere l’attore al Siena – era una figura di eccezionale grandezza: per capire in parte la sua ricca personalità spirituale era necessario avvicinarsi a lui in spirito di grande umiltà.

Ramon Novarro e Giovanni Siena (con la sciarpa) discutono in un Bar di San Giovanni Rotondo, circondati da curiosi. Proprietà di Giovanni Siena
Egli trovò a San Giovanni Rotondo il luogo ideale per il raccoglimento dello spirito e gli sorse l’idea di far sorgere una specie di ritiro nel quale i pellegrini avrebbero dovuto vivere in comunità disciplinata da una piccola regola onde meglio realizzare gli scopi per i quali si andava al Gargano: il rinnovamento spirituale, la preghiera e la meditazione.
Non era difficile che Novarro, che godeva di buone condizioni economiche, desse inizio alla esecuzione di questo progetto. Da buon cattolico praticante, egli faceva uso della ricchezza in proporzione dei propri bisogni, il resto lo destina ai poveri e alle opere di bene.
Qualcuno a San Giovanni Rotondo fu testimone di più di un gesto di bontà da lui compiuto in gran segreto e con infinita discrezione. Già, poiché Novarro – altra nota peculiare del suo carattere – era anche discreto e diede una prova eloquente di ciò il giorno stesso della sua partenza, allorché dovendosi accomiatare da Padre Pio e ricevere l’ultima benedizione, si rifiutò di approfittare nel timore di riuscire inopportuno.
Tuttavia – i soliti scherzi del Padre – l’ultima parola e l’ultima benedizione, quasi premio alla sua delicatezza, egli le ebbe ugualmente, grazie a tutta una serie di accidenti strani e provvidenziali che lo fecero trovare di fronte a Padre Pio, si direbbe a viva forza.
Nel lasciare il Convento, montando in taxi, volse l’ultimo sguardo alla Chiesetta di Santa Maria delle Grazie.
Giovanni Siena fu al suoi fianco e lo accompagnò sino ad Aversa, donde l’attore proseguì alla volta di Napoli per imbarcarsi sull’Andrea Doria.4
Ramon Novarro gli confidò:
- Questo distacco non mi arreca dispiacere. Da tempo cerco di abituare il mio spirito a non tener conto delle distanze di luogo e di tempo. D’Altronde l’anno prossimo conto di tornare nuovamente quassù per un soggiorno più lungo.5
Ma Ramon Novarro non sarebbe più tornato a San Giovanni Rotondo.
Nel 1968 due giovani e scellerati fratelli, appurato che l’attore conservava in casa 5.000 dollari, accettarono di passare una serata particolare in sua compagnia con l’intento di derubarlo. Ma si trattava di un’informazione sbagliata, perché Novarro non aveva l’abitudine di tenere in casa grosse somme di denaro.
Si può dire che Ramon Novarro fu ucciso due volte, poiché al gesto barbaro dei suoi aguzzini seguirono i particolari sulla sua morte e sulle sue inclinazioni omosessuali, non sempre veritieri, rivelati della stampa scandalistica, che dissacrò per sempre la leggendaria fama di una grande stella di Hollywood.
Appresa dai media la notizia della sua tragica morte, Giovanni Siena ripensò alle parole di Padre Pio dette a Ramon quattordici anni prima e si dispiacque che l’attore fosse ricaduto nel vizio, pagando questa colpa a caro prezzo.
Frammenti di memoria riaffiorarono nella sua mente: la scena dell’attore, seduto accanto a lui ad un tavolo di un affollato ristorante di Foggia, in mistico raccoglimento, a mani giunte e a testa china, per ringraziare il Signore del cibo che stava per prendere; e poi, dopo la la sommessa preghiera, il composto segno di croce.
Ricordò anche l’entusiasmo con cui l’attore gli aveva confidato di essere venuto a San Giovanni Rotondo per ottenere da Padre Pio la benedizione di un saio con cui avrebbe impersonato sul set la figura di San Francesco d’Assisi.7
Che senso ha potuto avere, nei disegni della Provvidenza – si chiede oggi il Siena – una fine così tragica ed ingloriosa, per un uomo così sensibile ed educato al timor di Dio?
Una speranza, quasi una certezza, lo conforta: che l’atroce agonia di Ramon gli sia servita ad espiare le colpe dovute alla fragilità umana, spalancando le porte alla misericordia di Dio da lui insistentemente invocato durante la tormentata esistenza terrena.
La vita di Novarro richiama alla memoria, per certi versi, Ben-Hur, da lui interpretato nell’omonimo Kolossal del 1925, che entra più volte in contatto con Gesù, il quale gli presta soccorso dandogli da bere.
Ben-Hur e Cristo subiscono entrambi atroci sofferenze ed entrambi sono condannati; ma sono sorretti ambedue dalla fede e, colti dal dubbio nel momento più critico, sono infine riscattati da Dio.
Durante la via crucis verso il Golgota, Ben-Hur riesce a restare vicino a Gesù e tenta a sua volta di dargli da bere.
Alla fine, quando il testo della Sacra scrittura si compie, il cielo si fa buio e nell’estesa vallata si scatena una tempesta di vento, seguita da un violento temporale di vastissime proporzioni.
Il finale è epico e grandioso: Cristo muore sulla croce gravandosi dei mali del mondo, nella certezza che il sangue che sgorga dalle ferite della sua carne purificherà tutti gli uomini di fede da ogni peccato.
Note:
- Doroty M. Gaudiose, Maria l’americana, pag. 27, Società San Paolo, Alba (CN), 1995. [↩]
- Giovanni Siena, autore del libro “Questa è l’ora degli Angeli” , tradotto in tre lingue, è zio dell’autore. [↩]
- papà, in dialetto pietralcinese [↩]
- Transatlantico affondato il 25 luglio 1956 nella collisione con la nave norvegese “Stockolm [↩]
- Ramon Novarro ai Piedi di Padre Pio di Giovanni P. Siena in Orizzonti, Ed. Paoline, Rivista settimanale di attualità, Anno VI, n. 13, 28 marzo 1954, pag. 12. [↩]
- L’omicidio fu compiuto il 30 ottobre 1968 nella villa che R. Novarro possedeva a nord di Hollywood. [↩]
- Per qualche motivo a noi ignoto, questo film non deve essere stato mai realizzato, poiché manca nella filmografia ufficiale del divo. [↩]
Parte I – Dall’ospedaletto “San Francesco” alla “Casa Sollievo della Sofferenza”
febbraio 14, 2009 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Casa Sollievo della Sofferenza
Nel primo decennio del XX secolo l’antichissimo ospedale di San Giovanni Rotondo, di cui si ha notizia certa sin dal 1304, aveva cessato di esistere. La chiusura era stata l’epilogo di discordie nate tra gli amministratori del Monte di San Giacomo, che lo gestiva. Seguì per San Giovanni Rotondo un periodo molto difficile dal punto di vista sanitario.
Nel 1917, malgrado l’antichissima vocazione ospedialiera del paese, la Congregazione di Carità , un ente istituzionale di natura assistenziale, bocciò un progetto cdi un semplice pronto soccorso, presentato dal Dr. Leandro Giuva. Questa volta la causa era la cronica carenza di fondi .
Padre Pio, sebbene il convento si trovasse distante dal paese, era sempre al corrente di tutto. Il frate era l’immagine vivente della sofferenza e capiva bene quanto fosse importante un ospedale per San Giovanni Rotondo.
Oltre alle stimmate, altre malattie inspiegabili avevano accompagnato i suoi giorni, prima e dopo la consacrazione sacerdotale. Le sue febbri superavano i 50° centrigradi. I termometri scoppiavano. I medici assistevano sbalorditi l’eccezionale malato e si chiedevano per quanto tempo ancora avrebbe resistito in quelle condizioni fisiche.
Chi, più di lui, poteva capire le necessità del malato che soffre?
Era ancora l’epoca in cui il vaiolo, la tubercolosi, la pellagra, la sepsi e le setticemie mietevano molte vittime, soprattutto tra i poveri. Inoltre la prima guerra mondiale aveva restituito ai loro cari degli uomini distrutti nella mente e nel corpo, talvolta feriti o mutilati. E se malauguratamente un paziente aveva bisogno di un intervento chirurgico, i parenti erano obbligati a trasportarlo con mezzi di fortuna nell’ospedale di Foggia, distante oltre quaranta chilometri, per strade malandate, senza una garanzia che vi sarebbe arrivato vivo.
Se non si avevano possibilità economiche, si aspettava in casa l’arrivo di sorella morte.
Padre Pio era molto dispiaciuto di questa situazione , finchè nel 1921, tramite un apposito comitato, informò la Congregazione di Carità di volerle donare 50.000 lire per erigere un ospedale.
Ma la sua realizzazione fu ostacolata dalle beghe politiche e dalle lotte personali scatenatesi tra i consiglieri della Congregazione circa l’ubicazione da dare all’ospedale.
Dopo due anni finalmente la scelta ricadde sulla sede dell’ex monastero delle suore Clarisse, situata nel centro storico del paese.
Il progetto di ristrutturazione e di ampliamento del monastero fu approvato nel mese di marzo 1923.
A questo punto i membri della Congregazione deliberarono con entusiasmo l’intendimento di chiamare la nuova opera filantropica «Ospedale Civile Padre Pio da Pietrelcina», per dimostrare agli oblatori che i soldi raccolti erano stati «spesi e devoluti per un ospedale, per opera ed intercessione di questo pio fraticello d’Assisi».
Ma il loro desiderio non trovò il benestare di Padre Pio e l’ospedaletto fu intestato a San Francesco d’Assisi.
Inaugurato il 23 aprile 1925, esso si presentava bello, elegante ed attrezzato; aveva una sala operatoria, due corsie e due camerette riservate, con un totale di venti posti letto, sufficienti per le esigenze più urgenti. Si dimostrò di grande utilità per tutte le classi sociali, con brillanti interventi medici e chirurgici.
Con l’andar del tempo la Congregazione di Carità non riuscì più a coprire le spese di manutenzione e di gestione dell’ospedaletto, i cui bisogni si erano moltiplicati a causa delle continue richieste di ammissione gratuita presentate dagli ammalati poveri, per i quali era sorto.
Questi infelici erano abbandonati da tutti in misere stamberghe oppure sulla strada, dove si dolevano della loro misera sorte.
Il concorso economico del Comune, che non nuotava certamente nell’oro, e i contributi degli altri Enti pubblici si rivelarono del tutto inadeguati. Il deficit di gestione costrinse gli amministratori ad effettuare una graduale riduzione dei servizi.
L’ospedale “San Francesco” funzionò fino al 1938. I cronisti riportano che in quell’anno una scossa di terremoto danneggiò gravemente il fabbricato, dando il colpo di grazia alla pia istituzione. Stranamente, però, l’Istituto Nazionale Italiano di Geofisica e Vulcanologia non ha registrato eventi sismici degni di rilievo sul Gargano né nel 1938, né negli anni immediatamente precedenti e successivi.
E’ possibile quindi che le reali cause della chiusura dell’ospedale siano state la penuria di fondi e l’insufficiente impegno di chi ne avrebbe dovuto assicurare il funzionamento.
La chiusura di questa prima creatura di Padre Pio, appena tredici anni dopo l’inaugurazione, lo addolorò profondamente.
Dove sarebbero stati curati ora i poveri del paese? Chi si sarebbe preso cura di loro?
La sua mente cominciò allora ad accarezzare un sogno. Ed eccolo quindi che lancia una nuova sfida.
Gli uomini e gli enti preposti non erano riusciti a mantenere l’ospedaletto? Lui ne avrebbe costruito uno più grande, capace di accogliere anche i malati dei paesi vicini. Questa volta, però, l’avrebbe affidato in gestione a persone affidabili e capaci, anime buone che la Provvidenza gli avrebbe mandato.
Ben presto la “Casa Sollievo della Sofferenza” si sarebbe stagliata, maestosa, tra le rocce garganiche, grazie alla caparbietà di un Santo e alla generosità dei suoi figli spirituali.
Ma in quanto tempo sarebbe riuscito a realizzarlo? E con quali mezzi?
Nel pomeriggio del 9 gennaio 1940 un generoso manipolo di persone costituì una prima commissione per la fondazione di una “clinica” secondo le sue intenzioni. Si trattava di persone fidate, molte delle quali avevano accettato l’invito del padre a stabilirsi a San Giovanni Rotondo
Tra loro c’erano tre pilastri dell’opera: il farmacista Carlo Kisvarday, originario di Zara, il medico Guglielmo Sanguinetti, venuto dal Mugello, e l’agronomo perugino Mario Sanvico.
Il cappuccino approvò con gioia il nuovo organismo e alla presenza di tutta la commissione esclamò:
«Da questa sera ha inizio la mia grande opera terrena».
Continuando a conversare, si soffermò a parlare dell’Amore misericordioso di Dio e dell’energia che l’uomo deve impiegare nell’amare il prossimo. Poi espresse concetti riguardanti i fratelli che soffrono:
«L’uomo che, superato se stesso, si china sulle piaghe del fratello sventurato eleva al Signore la più bella, la più nobile preghiera, fatta di sacrificio, di amore vissuto e realizzato, di dedizione in corpo e in spirito…
In ogni uomo ammalato vi è Gesù che soffre! In ogni povero vi è Gesù che langue! In ogni ammalato povero vi è due volte Gesù che soffre e che langue!… »1
Quella sera il Cappuccino tirò fuori dalla pettorina una monetina d’oro elargitagli da una vecchina sconosciuta e disse di voler essere il primo a fare un’offerta per la clinica. Il suo obolo diede inizio ad una straordinaria catena di solidarietà umana che avrebbe coinvolto poveri e ricchi di tutto il mondo.
Il dr. Kisvarday cominciò ad annotare le offerte su un quaderno.
Il 10 gennaio fu raccolto un capitale di 967 lire, costituito dalle offerte dei membri della commissione e di alcuni fedeli. L’obolo di due lire del povero cieco sangiovannese Pietruccio Cugino, assiduo frequentatore del convento, toccò il cuore di tutti.
Il 14 gennaio 1940 Padre Pio comunicò il nome della clinica: «Sollievo della Sofferenza».
Essa sarebbe sorta vicino al convento, su un terreno donato per metà da una torinese e l’altra metà da una sangiovannese.
Gli inizi furono duri, perché erano consapevoli che occorreva molto più denaro di quello che si riusciva a raccogliere.
Si riuscì a mettere insieme un milione e mezzo di lire. Poi tutto si fermò, a causa della guerra. Per evitare la svalutazione del capitale, gli amministratori acquistarono saggiamente una tenuta agricola in agro di Lucera.
Il 5 ottobre 1946 si costituì la società «Immobiliare Casa Sollievo della Sofferenza S.p.a.» con capitale di un milione, suddiviso in azioni da mille lire, e con espressa rinuncia dei soci ad ogni utile da parte.
Quel giorno Padre Pio assisteva papà Grazio alla santa morte, in casa di Mary Pile. Informato dell’evento, diede il suo benestare.
La posa della prima pietra della clinica avvenne il 16 maggio 1947, con una disponibilità finanziaria complessiva di quattro milioni di lire.
Il terreno prescelto era deserto ed inospitale, buono soltanto per le greggi di pecore e di capre, che si aggiravano tra le rocce in cerca di pregiati ciuffi d’erba.
Una squadra di braccianti locali aggredì la possente roccia garganica con eccezionale vigore . Ben presto le esplosioni dei candelotti di dinamite rompevano il silenzio millenario di quelle contrade.
La distanza dal paese rendeva tutto più difficile. Mancavano l’acqua e le infrastrutture logistiche. Furono quindi installati in loco gli impianti per la lavorazione della pietra e degli altri materiali occorrenti. Ben presto tutto diventò un gran fermento di attività e di voci concitate che impartivano precise istruzioni.
L’idea di costruire un ospedale in quel posto sperduto, con l’esigua somma di quattro milioni di lire in cassa, indusse più d’uno a credere che quei pionieri dai volti scavati dalla fatica e dal sole fossero diventati tutti matti.
Invece ciò rispondeva al piano di padre Pio di effettuare i lavori a tappe, man mano che si raccoglievano i fondi per i vari lotti.
Pur volendo considerare che c’era stata una guerra di mezzo, i sette anni impiegati per racimolare quattro milioni facevano preludere tempi proibitivi per realizzare la clinica, il cui costo complessivo avrebbe superato di gran lunga il miliardo di lire. Ma una forza sconosciuta spingeva tutti a proseguire nell’intento.
L”Italia del dopoguerra era in gran parte da ricostruire, materialmente e spiritualmente, e questo rendeva tutto più complicato. Occorreva un vero miracolo, perchè il sogno di Padre Pio potesse avverarsi.
E il miracolo sarebbe avvenuto con l’arrivo a San Giovanni Rotondo di Barbara Ward.
- Padre Pio e la sua Opera – Ed. Casa Sollievo della Sofferenza- S. Giovanni Rotondo, 1986 – pag. 32 [↩]












