Antonio Fabrocini

marzo 4, 2010 by Giulio Giovanni Siena  
Categoria Personaggi

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (Ancora nessuna valutazione)
Loading ... Loading ...

Antonio Fabrocini nacque a San Giovani Rotondo il 22 dicembre 1856.

Svolse la professione di insegnante nelle scuole elementari del suo paese.

Amò lo studio e, in linea con le tendenze dei suoi tempi, predilesse i filosofi e gli scrittori antichi dell’epoca classica e del dolce stilnuovo.

La sua opera prima è costituita dalla tragedia in cinque atti “La Costanza di Socrate, applaudita da varii circoli letterari italiani, dedicata a S.M. Umberto I” e stampata in Napoli nel 1881 nella Tipografia di Raffaele Tortora. Essa tratta degli ultimi sprazzi di vita del grande filosofo, rinchiuso nelle prigioni e poi avvelenato per essersi rifiutato di onorare gli dei ateniesi .

Gli scritti del Fabrocini traboccano di amor patrio e di spirito religioso.

In un  quaderno riportante l’effigie del re Vittorio Emanuele III  intitolato “Opere inedite di Antonio Fabrocini”  egli trascrisse  “alcuni ricordi” , cioè alcuni suoi carmi di ispirazione politica e religiosa:

-          Il Carme politico recitato il 14 marzo 1879 agli onorevoli cittadini ed autorità di S. Giovanni Rotondo”;

-          Il Carme politico “Al Pensiero – All’Azione”;

-            Alla Madonna sotto il titolo della Pace;

-          Inno Sacro;

-          Al Papa Pio IX;

-          Per un Crocefisso;

-          Epigramma;

-          Preghiera alla Madonna;

-          Al cuor di Maria;

-          Uno sguardo Al Paradiso;

-          All’Immacolata.

Di lui si conserva anche il manoscritto “Monografia di S. Giovanni Rotondo sul Promontorio Garganico” , opera rimasta incompiuta che tratta delle origini e della storia della città garganica.

Inoltre, in ricorrenza del venticinquesimo anniversario dell’eccidio borbonico consumatosi a San Giovanni Rotondo il  23 ottobre 1860, preparò per i suoi concittadini  un epico discorso patriottico commemorativo dei 24 liberali uccisi , intitolato “Pel 23 ottobre 1860 in San Giovanni Rotondo”. 

Un secondo discorso, altrettanto memorabile, fu pronunciato dal Fabrocini il 23 ottobre 1894 durante la cerimonia inaugurale della lapide  dei ventiquatro Martiri della Libertà, che fu affissa sulla facciata del Municipio della città.  

Nei due forbiti discorsi -  di cui se ne consiglia la lettura -  egli riesce a trattare con grande equilibrio un argomento delicatissimo come quello dell’eccidio del 1860, mettendo in luce l’amore struggente per la patria e per San Giovanni Rotondo.

Morì a San Giovanni Rotondo il 2 luglio 1933.

Segnala l'articolo nel Social Bookmark preferito:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Mixx
  • Google Bookmarks
  • Blogplay
  • Live
  • MySpace
  • Segnalo
  • Technorati
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • blogmarks
  • MSN Reporter
  • NewsVine
  • Reddit
  • Upnews
  • Diggita
  • DZone
  • Linkter
  • Ping.fm
  • Yahoo! Buzz
  • Add to favorites
  • laaik.it
  • SphereIt
  • Wikio IT

Francesco Nardella

settembre 6, 2009 by Prof. Salvatore Antonio Grifa  
Categoria Personaggi

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (2 votes, average: 4,50 out of 5)
Loading ... Loading ...

1860-1916
Arciprete, educatore, storico, letterato. Una delle figure più importanti nella ricostruzione della Memoria storica della Terra di San Giovanni Rotondo.

 

francesco_nardella
Arciprete Francesco Nardella

Il 14 ottobre 1860, nasce a San Giovanni Rotondo Francesco Nardella, da Giovanni e da Angela  Maria Merla. La famiglia, di media borghesia, godeva di una certa agiatezza.

Il 31 dicembre 1861, all’età di appena  anni trenta, Giovanni Nardella veniva “barbaramente” ucciso da alcuni briganti in località Mattine, mentre stava rientrando in paese. Egli lasciava, dopo  soli sei  anni di matrimonio, altri due figli in tenera età: Felice di tre anni e Teresa di cinque.

All’età di sette anni il piccolo Francesco riceveva, nella chiesetta rurale dell’Annunziata alle Mattine, la   Santa Cresima, in una solenne cerimonia e direttamente dalle mani dell’Arcivescovo Tagliatela di Manfredonia.

Il 24 giugno 1872, egli vestiva l’abito talare di novizio e dieci anni dopo veniva mandato presso il Seminario di Manfredonia, ove veniva ordinato “ Lettore e Tonsurista  Ostiario”.

Nell’anno 1883 veniva ordinato Esorcista, Suddiacono e Diacono e, due anni dopo, vestiva l’abito sacerdotale (19 dicembre 1885)

Nel 1887 egli diventava canonico ed intraprendeva la carriera di Docente presso il Seminario di Manfredonia.

Dotato di una intelligenza viva e pronta, sostenuta da una solida cultura umanistica e da non comuni doti umane, egli si guadagnava ben  presto l’affetto e la stima dei suoi allievi.

Il 1893 il Seminario arcivescovile chiudeva i battenti ed egli abbandonava il suo incarico di educatore e si dedicava, ormai libero da altri impegni, allo studio ed in particolare alle ricerche storiche riguardanti la Terra di San Giovanni Rotondo.

Nel 1895 dava alle stampe il volume “MEMORIE STORICHE  di San Giovanni Rotondo”, completamente rinnovato rispetto al suo Manoscritto, ad iniziare dalla stessa Introduzione.

Nel 1898, per necessità economiche egli accettava l’incarico di Docente di Teologia presso il Seminario di Acerenza (Basilicata), richiamato ogni tanto nel natio loco dalla malattia di “mamma Angela”. Per ben quattro anni don Francesco insegnò in quel Liceo (oltre alla Teologia, impartiva  anche lezioni di greco e di latino, discipline in cui era dottissimo ).

 Nel 1902, preso da un forte impulso etico-religioso, abbandonava improvvisamente  il suo incarico e diveniva predicatore-quaresimalista. Fu stimato e apprezzato oratore nelle più importanti chiese di Cagnano Varano, Manfredonia, Vieste, San Giovanni Rotondo, Castellaneta.                            1

 Spinto anche da  un filiale  amore verso la sua materna Terra,nella visione anche di un Cattolicesimo sociale,seguendo gli insegnamenti e le direttive di Papa Pio X e di Papa Leone XIII (Rerum Novarum), egli volle impegnarsi anche  nella vita sociale e politica e nello stesso anno  veniva eletto  consigliere comunale  e  assessore anziano (Partito popolare).

 Nel mese di settembre (1902)  egli dava alle stampe la  sua seconda opera  di carattere mistico-religioso,dal titolo “Armonie del cuore di Maria nei conforti e nei dolori del Calvario, Tipografia Pistocchi, Foggia”.

 Nel dicembre del 1902 veniva nominato Segretario particolare dell’Arcivescovo D. Pasquale Gagliardi.

Don Francesco abbandonava il suo incarico di consigliere comunale  e a tal proposito scriveva  nel suo Manoscritto “…con immenso  piacere per non essere compagno e fautore dei succhioni delle rendite municipali “.

 Il 21 maggio 1905 diventava canonico Arciprete della Chiesa di San Leonardo. Subito dopo intraprendeva  un viaggio “istruttivo” (così  egli lo chiama) e visitava parecchie città italiane, rimanendo “inebriato” dalla bellezza  di Roma, città eterna.

 Nel frattempo si dedicava intensamente a restaurare e a ricostruire alcune chiese di San Giovanni Rotondo, prima fra tutte quella di San Leonardo, ove fu addirittura direttore dei lavori!

Egli si dedicò con tenacia e vero spirito missionario a queste opere,come egli stesso scriveva “…con forti premure ma con modi cortesi induce la vedova di Luigi Aulise, a nome Filomena Miscio, a costruire la gradinata a due ali alla porta di Mezzogiorno della chiesa parrocchiale. Pei lavori occorsero 700 lire”. Questa è l’ultima annotazione (giugno 1914)  che si legge nella breve scheda biografica riportata nel suo Manoscritto, foglio n.119.

 Il 7 aprile 1916 , Francesco Nardella moriva,aggredito da una funesta polmonite. Al numero 73 del libro dei Morti della Chiesa collegiale di San Leonardo si legge :

 “Arciprete Francesco Nardella : Addì 7 Aprile alle ore 3 pomeridiane,è morto il Canonico Francesco Nardella, di anni cinquantasei, fu Giovanni e di Angela Maria Merla.Confessatosi e non fattosi in tempo per il S.S.Viatico. In fede Michele Canonico Palumbo”.

 A distanza di più di un secolo dalla prima pubblicazione delle MEMORIE STORICHE di San Giovanni Rotondo (anno 1895), la figura di Nardella occupa un posto particolare  ed importante nella  Memorialistica storica della città di San Giovanni Rotondo.

 A lui certamente va riconosciuto il grande merito di aver dato una lettura attenta e documentata dei vari accadimenti succedutisi nel corso dei secoli. Per la stesura  dell’opera, egli si servì  anche delle ricerche fatte da Antonio De Lisa (che compilò ben 330 fogli in 18 anni di lavoro). Nardella possedeva tutto il Manoscritto di De Lisa , come  egli stesso annota nella  Introduzione .

Anche l’opera dell’arciprete Pasquale Cirpoli ( Memorie storico- diplomatiche dell’antico Castellan Pirgiano oggi San Giovanni Rotondo Napoli 1794, Flauto editore)offrì  spunti e orientamenti  al  Nardella.

 All’opera  certamente non va chiesto ciò che essa  per quel tempo non poteva dare, considerando che l’Archeologia e la Protostoria sono Scienze di recente acquisizione ed erano completamente    sconosciute al Nardella.Ed ecco perché  nell’opera si notano parecchie disarmonie riguardanti l’età arcaica.

Intatto resta, comunque, il pregio  della pubblicazione, se si considera che in essa sono presenti  o citati documenti non più esistenti nell’Archivio storico del Comune di San Giovanni Rotondo.

 Gli interessi per la storia  non si erano in lui spenti del tutto con la pubblicazione delle Memorie Storiche ed infatti nel suo  Manoscritto lo storico presentava un’altra  sua ricerca e riguardante i fatti accaduti durante il  Plebiscito dell’anno  1860 (per l’annessione al nuovo Regno d’Italia), in cui morirono 24  figli, patrioti  e martiri della terra di San Giovanni Rotondo.

 Nel foglio n.53 del suo Manoscritto, nel Dicembre del 1887 lo storico annotava con parole  veramente terribili nei riguardi di coloro che in modo subdolo ingannarono la povera gente  e manovrarono tutta la partita  :”…Oh quanti occulti agenti di quella selva di sangue seppero a tempo ritirar le mani! Egli è pur vero che gli effetti delle ire dei grandi si  risentono dalla plebe inerme! Così qui in terra, ma innanzi a Dio ? Là tutto è luce ed è questo il conforto del mortale oppresso.

Una completa e diffusa  storia di tal fatto di sangue è stata già da me  stesso compilata in pagine 177.Mi sono studiato soprattutto di indagarne le cause e di mettere in mostra l’operato di ciascun attore.I capitoli in cui è distribuita sono:  Introduzione.  I. Origine della Rivoluzione.  II Arresto degli sbandati.  III. Le prime vittime.  IV. Cattura dei liberali.  V. Strage dei liberali.  VI. Vittorie sui Garibaldini.  VII  La pace. VIII. Cattura e fucilazione degli sbandati.  IX.  Il Plebiscito .  X. Espulsioni  dei Montanari.  XI. Il brigantaggio.  XII. Persecuzione contro i nuovi sbandati. XIII Processi e condanne. Conclusione.

Francesco Nardella scriveva queste note all’età di 27 anni e nei restanti 29 anni della sua esistenza mai pubblicò quest’opera e di essa, purtroppo, si è perduta ogni traccia!

Nelle sue Memorie lo storico dedicò tutto un capitolo ai fatti accaduti nel 1860 durante il Plebiscito ma la narrazione  risulta alquanto generica, al pari di una cronaca  oltremodo  sterile e tale da suscitare le ire del figlio di uno dei martiri del 1860, Gaetano D’Errico.  In un opuscolo pubblicato nel 1896  ( Poche osservazioni alle  memorie storiche di San Giovanni Rotondo per Francesco Nardella e specialmente al capo XII che tratta della Reazione politica del 1860, pp.12, Foggia tip.Pescarelli), D’Errico  esprimeva severe critiche  a Nardella  nella ricostruzione degli eventi stessi, riguardo specialmente alle responsabilità del clero locale.

 Oltremodo interessante si rivela l’opera dedicata al Cuore di Maria e pubblicata nel 1902. In una lettura appassionata e profonda del mistero mariano, Nardella mostra tutta la sua fede cristiana .

 Nella dedica a Maria, egli scrive : “A Te o Maria,che al pari di rosa sbocciata da grembo irto di spine sorgesti dai dolor più forte e bella. Queste neglette pagine impari a svolgere il  gran mistero celeste, offro e consacro”.

Ed ancora nel Proemio dell’opera : “…Un drappo lavorato dagli uomini legato ad un’asta e che costituisce la bandiera di una nazione, di un esercito, rappresenta la vita. la forza, l’onore dell’esercito   e della nazione; ma tali cose  non sono adombrate che per simbolo, eppure ci  si crede e il drappo è religiosamente venerato!                                                                                               

Attenda adunque il popolo cristiano per cui questo lavoro è scritto ,a contemplare in Maria la donna forte che non si lascia vincere dal dolore ,il quale, invece, doveva per Lei aver dischiusa la via al sollievo e al sorriso dei Beati. E a  noi che torna? Ci conforti la speranza che Bene avranno coloro che  discoprono dal Suo manto di Regina occulte gemme …”.

 A chiusura della sua opera, Nardella  inseriva uno stupendo Inno a Maria, che  ha riscattato l’umanità dal peccato, indicandole, come madre celeste, la via della Speranza, della Carità, del Rinnovamento, della Salvezza.

La sua pagina più bella lo storico Nardella la scrive a chiusura delle sue “MEMORIE STORICHE” (pp.264-265, edizione 1960).

Questa pagina ( lodata in una nota epistolare persino dal sommo Benedetto CROCE) costituisce il suo testamento  morale e spirituale e indica, fin nel profondo, la  poliedrica e forte personalità dello storico Francesco Nardella, unitamente  al suo amore per la natia Terra :

“E qui deponiamo la penna, sperando che altri corra più felicemente il cammino da noi iniziato. Ma come ultimo ricordo ai benevoli concittadini, rammentiamo che l’uomo ebbe vita non solamente per sé e per la famiglia. Se l’uno e l’altra hanno diritto di giovarsi delle sue cure, di tal diritto non è priva una più ampia famiglia, la società, dalla cui dipendenza non gli è possibile sottrarsi. Società e uomo sono due termini di sì intima connessione che non potrebbe immaginarsi l’una se volesse annichilirsi l’esistenza dell’altro. Per tale indissolubile legame l’uomo adunque che dedica tutto se stesso al benessere della famiglia  e nulla per la società, chiamatelo egoista e non indegno compagno dei bruti che, lungi dal pugnare pel bene dei simili con interminabile lotta si distruggono a vicenda per conservarsi la individuale esistenza. E se in tali strette relazioni sta l’uomo con la società, in strettissime sta l’autorità con essa .E’ questa cui incombe l’obbligo della tutela dei diritti dei sudditi e l’eccitamento al progresso morale e civile dei popoli. E dalla società universale ci sia lecito passare a quella ristretta negli angusti confini del nostro paese. Esso felice se chi chiamato a reggerne le sorti gli sposa quello stesso affetto che alla sua famiglia, di cui ha tutta la somiglianza.

Facciamo voti che sempre cittadini integerrimi assumano il regime della nostra patria, i quali con impavido petto atterriscono chi volesse mirarla giacer per terra negletta e sconsolata, s’impongano ai potenti che volessero succhiare il sangue; con disinteresse e con affetto di padre l’avviino alla prosperità, alla gloria, a quella civiltà che solo fa sentire la nobiltà dell’uomo. Scuotano l’inerzia che è negazione della vita e si ammaestrino sull’esempio dei maggiori, nel cui petto divampava quella sacra scintilla che li spinse con ammirabile gara ad impugnare le armi nell’età di mezzo per non vedere il patrio tetto schiavo e deriso; la gloria della patria sarà onore ai reggenti ,la cui fama durerà imperitura nei tardi  nepoti.

E voi giovani concittadini, da cui il caro tetto natio non poco aspetta, aiutati  nella inesperienza giovanile dalla prudenza dei vecchi, l’avvierete a migliori destini; e calcando le orme di quanti or giacciono canuti sotto il peso degli anni, grandi cittadini sarete, se grande, civile e prospera avrete resa la patria vostra.”.

 (Salvatore Antonio GRIFA)

Segnala l'articolo nel Social Bookmark preferito:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Mixx
  • Google Bookmarks
  • Blogplay
  • Live
  • MySpace
  • Segnalo
  • Technorati
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • blogmarks
  • MSN Reporter
  • NewsVine
  • Reddit
  • Upnews
  • Diggita
  • DZone
  • Linkter
  • Ping.fm
  • Yahoo! Buzz
  • Add to favorites
  • laaik.it
  • SphereIt
  • Wikio IT

Padre Gabriele Antonio Musti da San Giovanni Rotondo

giugno 13, 2009 by Giulio Giovanni Siena  
Categoria Personaggi

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (1 votes, average: 5,00 out of 5)
Loading ... Loading ...

Padre Gabriele Antonio Musti è una figura certamente di primo piano tra quelle che hanno avuto i natali nella città di San Giovanni Rotondo. Di lui i suoi concittadini conoscono le poche ma preziose notizie fornite alla fine del XIX secolo da Francesco Nardella nelle Memorie storiche di S. Giovanni Rotondo.
Questo articolo offre notizie molto più particolareggiate e precise, ricavate dalle Memorie istoriche della Chiesa e Convento di Santa Maria in Araceli di Roma raccolte dal P. F. Casimiro Romano (Roma, 1845, Tipografia della R.C.A.). Nel libro l’autore usa il nome di Gabriellantonio. Pertanto il nome esatto del Padre potrebbe essere Gabriello Antonio.

Antonio Musti nacque nella Terra di S. Giovanni Rotondo il 21 febbraio 1661 da Sebastiano e da Maddalena Fiocco. I genitori lo educarono perfettamente nelle virtù cristiane. In età giovanile apprese con facilità e profitto le lettere umanistiche e poi la Filosofia, sotto la guida del maestro padre Sirena , religioso dei frati minori conventuali.

Dio lo volle ab aeterno ministro del suo santuario e gli ispirò i principi più importanti della filosofia cristiana. La percezione della brevità delle cose terrene, dell’eternità dei castighi infernali e dell’incomprensibilità dei beni celesti, lo spinse ad entrare a far parte dei chierici secolari. Abbandonò quindi il paese, amici e parenti per ritirarsi nel convento di San Giovanni in Lamis, oggi convento di S. Matteo Apostolo, distante pochi chilometri da San Giovanni Rotondo. Qui il 21 marzo 1683 ricevette l’abito dei frati minori e gli fu imposto il nome di Gabriello, in aggiunta al nome di battesimo Antonio.

Durante il noviziato acquisì modestia nell’apparire e sobrietà nel parlare; praticò il digiuno , la preghiera e la contemplazione assidua. Ma, soprattutto, ricercò la mortificazione severa del proprio corpo , affliggendolo con cilici e regole così aspre da cessare di percuoterlo soltanto quando il pavimento e le pareti rosseggiavano di sangue.

Egli si sforzò di nascondere tutto questo ai suoi compagni, poiché voleva piacere unicamente a Dio e considerava vana e pericolosa l’ammirazione degli uomini. Ma lo strazio che faceva del suo corpo per lodare Dio non poteva passare inosservato. Perciò fu per loro di esempio, infiammandoli nel cammino della perfezione.

Roma - chiesa S. Maria Araceli, sul Colle Palatino

Roma - chiesa S. Maria Araceli, sul Colle Palatino

Professata la regola dei frati minori, si applicò allo studio della filosofia, dimostrando di possedere rare doti intellettuali, tanto da sorpassare negli studi tutti gli altri studenti e da essere considerato idoneo ad apprendere la teologia nel Convento di Santa Maria Araceli di Roma, situata sul colle capitolino. Qui il superiore generale, prima ancora che il suo corso terminasse, decise di nominarlo lettore di filosofia , affinché i giovani potessero apprendere dalle sue pratiche le virtù , e dalla sua dottrina la scienza . Ma P. Gabriele Antonio, che desiderava perfezionarsi nella scuola dello spirito, non accettò, pensando alle insidie che spesso si nascondono dietro incarichi di prestigio. Chiese, invece, di ritirarsi nel solitario Convento di Civitella, situato nella celebre Badia di Subiaco, ove dimorò per alcuni anni, con grande soddisfazione della sua anima.1

Desideroso di terminare lì i suoi giorni, chiese di essere incorporato nella Provincia di Roma , cosa che gli fu concessa il 22 aprile dell’anno 1689.

P. Gabriele Antonio si trattenne però in quel seminario di Santi fino a quando il Signore non lo ispirò di trasferirsi in Cina, per liberare il suo numerosissimo popolo dall’oscurità delle tenebre. Desideroso di attendere alla cura di tante anime, si portò subito ai piedi del Sommo Pontefice Innocenzo XII e rifiutò quanto questi gli offrì per il lungo e faticoso viaggio, argomentando che Dio non lo avrebbe mai abbandonato, provvedendo a tutto il necessario. Ottenuta la santa benedizione del pontefice, si mise in viaggio .

P. Gabriele Antonio uscì da Roma con il suo breviario verso la fine del mese di aprile 1698, insieme ai Padri Giovambattista da Deliceto e Carlo da Castorano , e al frate laico Vincenzo da Roiate. Dopo aver attraversato Italia, Germania, Polonia, Russia Occidentale, non essendo riuscito ad ottenere dallo Zar il permesso di attraversare la Siberia, fu costretto ad incamminarsi per i regni di Cassan ed Astracan, sopra il fiume Volga fino al mar Caspio.2 Quindi, attraversata la Persia , si imbarcò nel Porto di Bandarbassi3 alla volta di Soratte e da qui il 25 agosto 1700 giunse al Porto Hiamuen, nella Provincia di Fokien . Dimorò per circa un anno nella Provincia di Kiangs, per apprendervi la difficilissima lingua. Poi si trasferì insieme ai tre compagni nella Città di Tungciangfu , dove si fermò per circa quattro anni .

Cilicio e disciplina, strumenti per la mortificazione del corpo.

Cilicio e disciplina, strumenti per la mortificazione del corpo.

Nel periodo trascorso in Cina non riuscì a combattere l’idolatria e a debellare la superstizione, come egli avrebbe voluto. Conobbe carceri,4 esili ed infermità che mai lo abbandonarono. Allora sfogò tutto il disappunto contro il suo corpo, come per punirlo, macerandolo con astinenze rigorosissime, e tormentandolo con aspri cilici e severe discipline. Alle sofferenze fisiche si aggiunse anche il pessimo clima. Per cui, accortosi di essere diventato infruttuoso per gli altri e pressoché inutile per se stesso, decise di ritornare in Italia. Durante il viaggio toccò Macao, la città di Ponticheri, nelle coste di Coromandel, il Capo di Buonasperanza e Lisbona. Infine, arrivò felicemente a Roma il di 3 Settembre 1716, dopo essersi recato nel Convento di Assisi per ringraziare la Regina degli Angeli.

Trattenutosi poi alcuni giorni nel convento di Araceli, fece ritorno a quello di Civitella, e vi restò fino al mese di luglio dell’anno 1717, avendo ottenuto la facoltà di trasferirsi nei santuari di Loreto, e del Monte Gargano.

Fu allora che i sangiovannari chiesero al loro arcivescovo di far predicare P. Gabriele Antonio nel paese natìo, nell’entrante periodo quaresimale. Ma Monsignor Giovanni de Lerma, arcivescovo di Siponto, aveva già nominato il predicatore quaresimale del pulpito di San Giovanni Rotondo. Pertanto lo destinò al pulpito di Carpino, terra situata nel cuore del monte Gargano.

Giunto a Carpino , il Servo di Dio entrò in Chiesa, dove trovò esposto alla pubblica venerazione il Santissimo Sacramento, e vi si trattenne fino alla notte, assorto in celesti contemplazioni.

La fama delle sue virtù lo seguiva dappertutto, come l’ombra segue il corpo. Ciò fece nascere nel cuore dei carpinesi sentimenti di somma riverenza, tanto che, incontrandosi, l’uno diceva all’altro allegramente:

«Felici noi, perchè Dio ci ha mandato un predicatore santo» .

P. Gabbriele Antonio predicò ancora di più con l’esempio che con le parole, giacchè il suo stile di vita, che conservò fino alla fine dei suoi giorni , fu mezzo efficacissimo per instillare negli animi delle sue pecorelle l’abborrimento del vizio e l’amore per le virtù.

Ogni notte andava nella Chiesa di S. Croce , lontana 200 passi circa da Carpino, e vi si tratteneva lungamente in sante meditazioni, alle quali seguivano asprissime discipline, provate anche dal sangue trovato sparso sul pavimento dopo la sua morte . Nella casa in cui era alloggiato, non faceva altro che pregare, flagellarsi e percuotersi il volto con le mani. Dormiva su nuda terra oppure su assi di legno. Osservava rigoroso silenzio , e aveva il dominio assoluto degli occhi. Insegnava i rudimenti della fede cristiana ai fanciulli, e si dedicava volentieri alle confessioni. Le fave abbrustolite, e alcune volte talune erbe amare che egli stesso raccoglieva nei campi, costituivano il suo cibo ordinario, mentre dispensava ai poveri il pane e le altre cose somministrategli dai benefattori. Durante l’ultima sua infermità non volle bere del brodo ristoratore, né mangiare carne, accettando un poco di riso cotto nell’acqua solo per compiacere alle persone che lo assistevano.

Il 13 aprile 1718, mentre predicava, fu assalito da febbre fortissima con parossismi, che due medici dichiararono mortali . Il clero ed il popolo, che lo amavano teneramente, volevano chiamare altri medici, per curarlo: egli li ringraziò affettuosamente, ma disse che tutto sarebbe stato inutile perché doveva morire dopo qualche giorno. La stessa cosa aveva già detto al r.d. Carlo di Martino, e a Luca di Lella.

La sera del 18, accortosi che stava per morire, chiese agli astanti di allontanarsi, per consentirgli di unirsi più strettamente al Signore. Gli assistenti uscirono con rammarico dalla sua camera, ma si fermarono davanti all’uscio, da dove era possibile osservare tutto quello che accadeva.

Appena usciti, videro che l’infermo si era inginocchiato a terra e cercava d’imprimersi sulla fronte, sulle mani e sui piedi il segno del Tau, con un ramo di palma benedetta. Perciò rientrarono subito in camera e lo pregarono di rimettersi subito a letto.

Ma, disteso che fu sul letto, P. Gabriele Antonio venne rapito dalle delizie del Paradiso. Ebbe solo il tempo di recitare un’Ave Maria. Poi sollevò le mani, si chiuse gli occhi, poggiò le braccia sul petto a forma di croce e, spirò dolcemente, senza alcun segno di agonia. Erano le cinque e mezza del 18 aprile 1718.

Si sentì il suono di una campana, secondo l’uso di quella Terra, che avvisava i fedeli di pregare per l’anima del defunto. Ma ciò destò la meraviglia di tutti. perchè nessuno aveva dato notizia della morte del Padre. Anzi, neppure le persone che lo avevano assistito avevano ben compreso che fosse spirato.

Il corpo di P. Gabriele Antonio restò insepolto per quattro giorni, per poter soddisfare la devozione delle popolazioni che a gara gli si affollavano intorno per baciarlo, per tagliargli l’abito e per chiedere intercessioni presso Dio, secondo le proprie necessità.

Con grande meraviglia degli astanti, le spoglie del Servo di Dio erano bianche , colorite , carnose e flessuose: nulla a che vedere con il colore olivastro della pelle di quand’era in vita, né con il corpo ischeletrito dalle astinenze e dagli strapazzi.

Mentre i fedeli recitavano l’ufficio dei defunti, alcuni videro gli occhi del sant’uomo aprirsi e chiudersi. Quando poi la salma stava per essere sistemata nella cassa per essere seppellita, dalle nari uscì un rivolo di sangue vermiglio, che fu raccolto con fazzoletti dai devoti. La sepoltura fu eseguita nella Chiesa Parrocchiale di Carpino, intitolata a San Nicola di Mila, nel posto riservato ai RR. Sacerdoti.

Verso la fine di agosto dell’anno 1731, con licenza della curia Arcivescovile di Manfredonia, le spoglie di P. Gabriele Antonio furono trasferite in un loculo ricavato nel muro situato a destra della porta grande della stessa Chiesa, dove fu apposta la seguente iscrizione:

D. O. M.

MORTALES EXUVIAE

P. GABRIELIS A SANCTO JOANNE MINORUM OBSERVANTIAE

POST EXANTLATOS IN SINARUM MISSIONIBUS

APOSTOLICOS LABORES

HIC DEPOSITAE

PUBLICAM JACTURAM ET LACRYMAS OMNIUM COMPESCANT

UBI QUADRAGESIMALIS CONCIONIS MUNERE

PIE SANCTEQUE EXPLETO

FRACTIS AUSTERITATE VITAE VIRIBUS

IN OSCULO DOMINI DECESSIT

DIE XVIII APRILIS MDCCXVIII.

Per intercessione di P. Gabriele Antonio i fedeli ricevettero molte grazie applicando sul corpo l’immagine del Crocifisso, che egli aveva portato sul petto nei suoi viaggi , oppure la borsa del suo breviario o il mantello. Molti infermi disperati guarirono, e moltissime donne superarono i pericoli del parto.

In occasione di trasferirlo al nuovo sepolcro, un’ossessa di otto anni fu liberata con il solo tocco di quelle sacre spoglie ed un uomo, bevendo con acqua la polvere attaccata alla cassa sepolcrale sconfisse la febbre quartana, che lo aveva tormentato per 16 mesi.

Note:

Segnala l'articolo nel Social Bookmark preferito:
  • Print
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Mixx
  • Google Bookmarks
  • Blogplay
  • Live
  • MySpace
  • Segnalo
  • Technorati
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • blogmarks
  • MSN Reporter
  • NewsVine
  • Reddit
  • Upnews
  • Diggita
  • DZone
  • Linkter
  • Ping.fm
  • Yahoo! Buzz
  • Add to favorites
  • laaik.it
  • SphereIt
  • Wikio IT
  1. Civitella è l’odierna Bellegra (convento San Francesco d’Assisi). []
  2. I regni di Cassan e Astracan erano abitati da popolazioni tartare. []
  3. All’ingresso del Golfo Persico. []
  4. Qualche decennio dopo tra i missionari che operarono in Cina si contarono numerosi martiri, soprattutto nella provincia del Fo-Kian in cui operò padre Gabriele A. Musti. []