Francesco Forgione – Padre Pio – va soldato
marzo 1, 2010 by Michele Totta
Categoria Atti e scritti su padre Pio
Parte da Pietrelcina lunedì 6 dicembre 1915 alla volta di Napoli, dove è stato assegnato alla X Compagnia di Sanità, presso l’Ospedale Militare della Trinità, un maestoso monastero seicentesco per religiose, soppresso da Giuseppe Napoleone nel 1806. E’ chiamato alle armi per mobilitazione, dal R. D. del 22 maggio 1915.
Nella città partenopea si era sottoposto più volte a visita di eminenti dottori, per definire il suo stato di salute, giacché nessuno era in grado di formulare una diagnosi precisa. Durante la sua ultima permanenza a Napoli, due mesi prima, non gli era sfuggito il profumo generoso della pasticceria De Nozza, attigua allo studio del medico Giacomo Cicconardi.
Il 17 dicembre viene chiamato per la visita collegiale. I sanitari militari, avendogli trovato una “infiltrazione ai polmoni”, sono d’accordo a concedergli un anno di convalescenza. Il giorno dopo fa ritorno a Pietrelcina.
Dopo due mesi dalla data della chiamata, non aveva potuto indossare la divisa militare. Di questo ringraziava con fervore Dio.
Nel febbraio 1916 Padre Pio è assegnato alla Comunità Cappuccina di Sant’Anna in Foggia. Può rivedere una sua figlia spirituale, Raffaelina Cerase in gravi condizioni di salute. Ma nel capoluogo dauno, il clima estivo, torrido, una vera tortura, non è adatto a un malato polmonare. Nel seguente luglio Piuccio sale un polveroso sbrecciato a San Giovanni Rotondo; prosegue per il colle dei Cappuccini. Il convento, dove era stato inviato, perso nei colori della natura rupestre, si offre come luogo di fervore in totale semplicità. Scopre in questo angolo, il cenacolo d’ogni virtù, ove la Storia degli uomini doveva incontrare la pietà infinita divina. Il romitorio gli piace, prende l’aria dei monti, si adagia nel conforto di una pregevole e fresca serenità, tra suppliche e lodi. Nel silenzio, in segreto, la vittima prescelta, Padre Pio, ha raggiunto il suo calvario. In questa venuta temporanea, una mano sapiente gli offre refrigerio ai sensi e un anticipo, di mirra nell’anima. E’ proprio ignaro che qui, sulla bianca pietra garganica, sotto lo sguardo del suo Sammichele arcangelo, avrebbe sparso l’abbondanza del sangue?
Pochi giorni prima di Natale si ripresenta al Corpo e fattosi visitare gli è riconosciuta la “sua” malattia. Lo tengono in osservazione all’O.M. della Trinità. Passa in solitudine il Natale. Dopo la visita del 30.12.1916, i Sanitari confermano il precedente referto con un peggioramento; in un corpo già disfatto, infiltrazione polmonare ad ambo gli apici e catarro bronchiale cronico diffusissimo; gli concedono mesi sei di convalescenza.
Si ripresenta al Comando il 30 giugno 1917 e la convalescenza gli è prolungata, senza scadenze, ma deve “attendere ordini”. Gli ordini arrivano telegraficamente, il 18 agosto seguente.
Il Comandante, accertata l’assenza di Francesco Forgione dal Corpo della X Compagnia, ingiunge al Maresciallo di Pietrelcina, di cercare il disertore. Ma a Pietrelcina nessuno sa chi fosse Francesco Forgione. Il Maresciallo conosce poi dalla sorella di Padre Pio che questi sta al convento di San Giovanni Rotondo. La storia si ripete anche nel paesino garganico. Francesco Forgione è diventato Padre Pio e gli viene intimato di presentarsi immediatamente al Comando del Corpo in Napoli. Non ci mette molto il Comandante, a scoprire la buona fede del soldato Forgione per la scritta “e dopo” attendere ordini. Per disattenzione, deve essere sfuggita la nota sul ruolino militare, ad uso interno alla Compagnia, del prolungamento della convalescenza, dopo il 30 giugno. Il 26 agosto il Forgione ritorna in osservazione presso la Prima Clinica Medica, una sezione del policlinico della Regia Università. Un reclusorio, per Padre Pio: non si può celebrare Messa perché non v’è una cappella; né si può uscire; scarso il vitto. Il 4 settembre 1917 è il colonnello medico a fare visita “ridotta ad un semplice sguardo, senza altra osservazione”. Forgione è giudicato “idoneo ai servizi interni”.
“Quante ingiustizie si commettono dagli uomini!” dice con amarezza Padre Pio. La sua malattia è stata cancellata da uno sguardo. Destinato alla Fanteria, si rifiuta di partire e, come sacerdote, viene assegnato alla Sanità nella Caserma Sales, X Compagnia, IV Plotone. Dove veste la divisa militare. Capisce di essere in un ambiente senza modi, con parole volgari, comportamenti severi e sbrigativi, nella sfrontatezza massima, al limite della nausea, ostile. Padre Pio, con le scarse forze del corpo, si adatta a quelle asprezze, ogni compito onorando per amor di Patria, cercando in cuor suo da quella afflittiva condizione, il colloquio con Dio. Gli pesa oltremodo, la vita di caserma, se arriva a definire carnefici i superiori militari. Nel più totale riserbo è in un triplice esilio e la salute ancora più malferma. Perciò non è avviato al fronte. Lo stomaco non accetta cibo e vi è qualche episodio di emottisi, con febbre alta. E’ in costante osservazione clinica. Gli viene riconosciuta l’inabilità ai lavori di guerra, e ai primi di novembre, mandato in licenza per quattro mesi, riconsegna il fagotto del vestiario eccetto la divisa.
A Pietrelcina, parenti e amici, lo vogliono vedere vestito da soldato. Li accontenta. E poi chiede: “Contenti? Avete visto il pagliaccio!”. Tornato a San Giovanni Rotondo e riconsegnata la divisa ai Reali Carabinieri, perché fosse riconsegnata al Comando Militare in Napoli, finalmente può dedicarsi con animo più sereno alla vita conventuale, non dimenticando i soldati al fronte. Il Generale Luigi Cadorna, Comandante Supremo dell’Esercito Italiano, era stato, dopo la sconfitta di Caporetto, sostituito dal Generale Armando Diaz. Al colmo dello sconforto, stava per premere il grilletto della rivoltella puntata alla tempia. Padre Pio, essendosi presentato in bilocazione, con gesto amoroso lo dissuade. Qualche tempo dopo il Generale Cadorna andò a San Giovanni Rotondo. Mentre aspettava di salutare il Suo Padre Pio, questi gli dice: “Generale, l’avete scampata bella quella notte! …”.
Debilitato nel corpo e nella mente, ai primi di marzo 1918, torna all’Ospedale Militare della Trinità. Il vomito non gli consente di prendere cibo, la febbre spacca i termometri con punte di 48 gradi. Dopo l’esame microscopico dell’espettorato, gli ufficiali medici dichiarano il Forgione malato di tisi; diagnosi corretta in bronco alveolite doppia. E con freddezza gli dicono, che può andare a morire a casa. Mamma Peppa e papà Grazio sanno della salute precaria di Piuccio, e vorrebbero trattenerlo all’aria natia.
“Devo andare a San Giovanni Rotondo” dice e ripete alla madre a Pietrelcina, col tono della più limpida sottomissione.
Deve recarsi colà, al luogo dei miracoli (Piero Bargellini), per farsi dilatare le membra e ancor più il cuore dal suo Signore.
Sunto da: Gennaro Preziuso, Padre Pio soldato, Ed. Padre Pio da Pietrelcina, 1996.
Tratto da “Frammenti di Gioia – i miei sessant’anni” di Michele Totta - Stampato in proprio – Agosto 2009
Conta solo le rose
febbraio 28, 2010 by Michele Totta
Categoria Atti e scritti su padre Pio
San Giovanni Rotondo. Gennaio 2004, lunedì diciannove.
L’aria gelida della notte non si è sciolta. Si riflette nel grigio perla del cielo, indifferente, senza luci e ombre. In questo aderente letargo, torno nella cripta di Padre Pio, per un momento vuota.

Una lunga fila di pellegrini con una rosa in mano attende di poter entrare nella cripta di Padre Pio
I silenzi delle rose, il crepitare lieto della lampada a olio, invitano a intimi colloqui col Padre. La crepuscolare penombra sa di attesa ed incenso.
Piego il ginocchio accanto alla colonna, che regge l’epigrafe a firma di Paolo VI papa. Padre Pio è vicino, due metri sotto il puro granito, col capo nella posizione stessa del Cristo dell’altare per l’eucaristia. Uomini e cose mi hanno liberato.
L’agitazione è lontana. Sospese tra il tempo e l’inganno, le corde dell’anima sono in preghiera e contemplazione. Ogni volta, qui è un idillio di pace vera. Un conforto sereno mi pervade, quasi rigenerazione. “Conta le rose, solo le rose!” incita, distinta e sommessa, una voce. Non comprendo. Farnetico. Che c’entrano le rose? Una, due, ottantuno. Alcune in boccio, altre dilatate, nei loro distinti sentori. Le rose sono ottantuno, color rogo della forgia (T.W. Month), come gli anni di Padre Pio. Penso di contare anche le spine. Come si fa a contare le spine di ottantuno rose? C’è, tra me e loro, l’inferriata e un sepolcro da non profanare. Nei vasi di vetro, gli steli allungati e cupi come radici, sembrano calati nella eternità.
E il Padre non sarebbe geloso, se contassi le spine?
Avrebbe gelosia, eccome. Le spine le ha volute per Sé, caricandosi le spalle di ogni nostra sofferenza. A noi ha indicato il candore della preghiera. Questa, sì, vuole da noi. “Prega, spera, non agitarti. Il miglior conforto viene dalla preghiera”… me lo aveva detto. Ero giovane. Non capivo.
Oggi è disvelato il senso del contare le rose. Nei momenti che restano, tra presente e futuro, mio pane sarà la gioia, l’armonia con me stesso e gli altri. Ne saranno partecipi amici, parenti, perfino sconosciuti.
Questa certezza, ignara beatitudine, ci è donata da chi è passato sui carboni del dolore corporale, spirituale, morale. Da chi ha cercato le spine come oblazione, cioè patimento che redime, serbando ai figli secondo lo spirito e devoti ogni consolazione. Essere gioia. Vivere la gioia. Farla trovare anche agli altri. Ecco il senso del contare le rose. Esse sono portate ai tuoi piedi, Padre dolente e santo, perché ne divori le spine e i cuori vestano la serena gioia.
Come mai prima, scopro il senso gaudioso delle rose, romantico fiore degli amanti, generoso, cortese, sincero. Intendo anche il motivo della rosa di vetro – simile ad un fiammifero – che mia moglie Titina, ha posato nella tua mano aperta del busto di peltro, nella nostra camera. Quella rosa è la chiave del nostro avido amore, col privilegio di chi lo benedice. Sappiamo, Padre Pio, che ti curi di noi. Della nostra dignità. Ci saziano ogni giorno le rose, di purezza e perdono.
Questo pensiero spiega la vita, come il farsi nella creazione d’un prodigio. Lo stesso, che nutre i passeri muti, infreddoliti e le gemme minuzzate dell’olmo, sul piazzale del Santuario.
E’ una spianata feconda la vita; anche d’inverno dà alla luce il fuoco del sole e disegna il volto alle primavere. Ci consegna gesti e sorrisi non aspettati. Sorrisi e gesti, che nella nostra mente accendono la bellezza, la tenera bellezza (N. Gogol) di sentirci amati.
Perciò grido al mondo di contare solo le rose.
Pubblicato su Leggere, anno XVII, ottobre 2003 – marzo 2004 – n. 49-50. Casoria – NA
Tratto da “Frammenti di Gioia – i miei sessant’anni” di Michele Totta - Stampato in proprio – Agosto 2009
Il miracolo della canonizzazione di padre Pio
gennaio 30, 2010 by Dr. Pietro Gerardo Violi
Categoria Atti e scritti su padre Pio
Considerazioni sui miracoli di Padre Pio
Il miracolo della canonizzazione
Padre Pio, è un’invocazione che ti apre un mondo di emozioni, ti fa entrare, in una dimensione di pace, di serenità.
Nella mia mente, nel mio animo, Padre Pio da Pietrelcina, che è stato proclamato santo il 16 giugno 2002 da Giovanni Paolo II, “San Pio da Pietrelcina”, “Memoria obligatio” è stato e rimane “Padre Pio”.
Poiché la malattia è un male, nessun ammalato dovrebbe avere scrupoli a chiedere la propria guarigione. Non è forse nel “Padre Nostro” che Gesù ci ha insegnato: “Ma liberaci dal male”, anche se nella stessa preghiera ha aggiunto: “sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”. Quindi è un dovere che incombe nella comunità cristiana quello di pregare per i propri malati. “Chiedete e vi sarà dato”
Padre Pio ha dato un significato alla sofferenza; l’ha accettata perché ne capiva il senso; se l’è spiegata perché possedeva una dimensione del soprannaturale; pensando all’umanità sofferente, più di ogni altro ha cercato di portare sollievo; come?
1 – offrendo la sua sofferenza materiale, quella del suo corpo martoriato;
2 – con la sofferenza del suo animo, che vedeva dove gli altri non vedevano e quello che gli altri non vedevano;
3 – con l’istituzione e la fondazione della “Casa Sollievo della Sofferenza”;
4 – con l’istituzione dei “Gruppi Di Preghiera” per il sollievo dello spirito oltre che del corpo, amalgamando un numero immenso di persone;
5 – Con la fondazione di altre numerose opere, che hanno Lui come autore e promotore.
6 – infine, ma non ultime per importanza e numero, con le grazie ed i “miracoli” che riesce ad ottenere intercedendo presso il “Divin Padre”.
Il concetto di miracolo è un concetto prettamente teologico, mentre la scienza li definisce guarigioni scientificamente inspiegabili.
Ho avuto modo di esaminare in modo scientifico molti casi clinici esitati in guarigioni e giudicati dalla gente “miracoli”.
Prima di prenderli in esame è opportuno, volta per volta, precisare alcuni concetti e le linee guida circa il messaggio e la metodica delle indagini.
Comunque la prima fase è quella dell’accoglimento della segnalazione; molti fatti non vengono neppure segnalati perché si è timorosi o si ha paura di essere derisi o considerarti non normali o si vuole essere riservati. Crediamo che chi beneficia di una guarigione sia un privilegiato e che non deve tenere solo per sé tale grazia, ma è chiamato ad essere testimone, perché è alla comunità cristiana che tale segno viene affidato.
E’ uno di quei mezzi semplici che tocca particolarmente il cuore.
So per certo che l’accoglienza viene fatta con priorità; prudente, ma non timorosa; fiduciosa, ma non credulona.
Accanto a questa accoglienza pastorale vi è l’accoglienza medica.
La prima funzione è quella di essere accogliente e disponibile verso tutti quelli che si dichiarano miracolati; in benevolo atteggiamento di ascolto. Non si adottano prioristicamente posizioni diffidenti, negativi, nei confronti delle documentazioni di guarigioni; non viene ricusata alcuna, qualunque essa sia, senza alcun pretesto. Sarebbe ingiustificabile che il medico non fosse aperto alle dimensioni spirituali inerenti la persona umana e non disponibile ad accogliere i numerosi benefici dei malati che si rivolgono a “Padre Pio”. Anche perché Padre Pio non vuole essere colui che intercede per ottenere dei miracoli, ma colui che desidera, innanzitutto, fare di noi i suoi amici, i suoi figli spirituali.
Il miracolo poi , per la Chiesa, nell’antichità aveva un senso, era la prova della verità; nella modernità può essere una pietra d’inciampo , talvolta genera disagio.
L’uomo del XXI secolo, impregnato di razionalità tecnica, stenta ad accettare l’idea del miracolo. La Chiesa accoglie sempre con riserva quei fatti che sfidano la normalità o le leggi naturali, per cui trasferisce esclusivamente su l’uomo di scienza, su di noi, l’incombenza di effettuare la selezione delle guarigioni straordinarie, non spiegabili scientificamente.
Comunque bisogna riconoscere e difendere l’autonomia della scienza e della fede, ma senza confinarli nei loro rispettivi campi, in quanto ognuno ha bisogno dell’altro; la fede e la teologia hanno bisogno della scienza e del suo spirito critico; da parte sua la scienza medica non può scindere l’uomo, ma lo deve vedere nella sua globalità, fatta di corpo e di psiche, quindi ha bisogno della filosofia ed in ultima analisi della fede, pur trovandoci nell’era del genoma, nell’era degli studi molecolari.
La Chiesa non si pone contro la scienza e i progressi della tecnologia, quando tutto è orientato al bene e al rispetto dell’uomo, alla cura delle malattie e al sollievo della sofferenza. Viviamo in un periodo in cui nella nostra cultura occidentale ha predominio quasi assoluto la tecnologia a dispetto di una cultura umanistica. Sembra ci lasciamo guidare dalla ricerca continua della novità su quella della verità. Credo che oggi dobbiamo tornare al concetto che esiste il malato e non la malattia, che esiste il malato nella sua interezza.
E poi
LA SCIENZA NON PUO’ ARROGARSI LA PRETESA DI SAPERE TUTTO SULLA VITA E SULL’UOMO.
Una volta che arriva la segnalazione, il primo esame è quello di discernere se trattasi o meno di vera malattia, cioè se trattasi o meno di un messaggio pastorale di fede oppure una gratuita pubblicità.
Una folla immensa, proveniente da ogni parte del mondo, di ogni estrazione culturale, socio-economica, direttamente o indirettamente si rivolge a Padre Pio per ricevere una grazia o un miracolo. Queste persone realmente, veramente, poi ricevono un segno straordinario, in cui credono di riconoscere un benevolo intervento divino per l’intercessione di Padre Pio. Il miracolo è il segno che Dio ci ama e ci assiste in tutte le necessità…. E quando non opera la guarigione che chiediamo ci dona serenità e pace nel soffrire cristianamente.
Quante persone tornano alle loro case con animo sollevato e sereno dopo una visita o una preghiera rivolta a Padre Pio? Sicuramente tante, innumerevoli..
Quante volte abbiamo visto parenti di malati piangere per un proprio caro; aggrapparsi come ultima speranza alla fede e vederli, poi, sorridenti; erano stati esauditi.
Quante persone abbiamo visto lasciare questa terra con serenità e quel loro sguardo sereno non era proiettato nel vuoto, ma nella speranza di un’altra vita.
Morivano invocando il Divin Padre e Padre Pio, che davano loro forza e serenità che si esternavano nel loro viso, nei loro discorsi, consolanti per i familiari in lacrime.
Allora il pianto dei familiari, non era un pianto di disperazione.
Il miracolo è un segno della “benevolenza di Dio” , “un’espressione della comunicazione divina con gli uomini”. Dal latino mirari, il miracolo è un avvenimento, un fatto sorprendente, che desta meraviglia e stupore.
Abbiamo detto, la scienza stenta a credere ai miracoli perché questi trascendono in modo eccezionale ed occasionale la stabilità delle leggi naturali. Bisogna considerare però che Dio, con la concessione dei miracoli, “non sospende la legge, ma l’applicazione; modifica l’effetto non la legge”; anche se gli scienziati stentano ad entrare nel campo metafisico , comunque non possono negare il “Trascendente”.
Prima di esprimere un giudizio su queste segnalazioni è opportuno valutare gli avvenimenti in un’ottica medico-scientifica e vedere se l’evoluzione della malattia è avvenuta in modo sorprendente , inatteso, singolare, anormale, fuori dai canoni della medicina, straordinaria.
Vediamo adesso quali sono i criteri di guida che seguiamo nell’esaminare le guarigioni che il Signore concede per l’intercessione di Padre Pio:
La malattia sia certa e definita per cui la diagnosi deve essere poggiata su fondamenti scientifici. La malattia sia organica e non psichica o frutto di fantasie o eventuali stati psicogeni. Quindi vengono usati tutti i mezzi scientifici che oggi si hanno a disposizione perché la diagnosi sia di certezza. Indagini bio-umorali, strumentali, istologici ed ogni altro che possa definire in modo certo e completo la malattia.
Una volta definita con certezza la malattia, la prognosi deve risultare, grave, infausta, almeno per l’organo colpito; cioè , se non intervengono altri fattori, i medici con i loro mezzi a disposizione, non possono rapidamente o per nulla modificare il decorso della malattia.
La guarigione sia improvvisa, da considerarsi quasi istantanea. Ciò è molto importante. La biologia e la fisio-patologia ci insegnano che quando interviene una lesione, una malattia organica, il consolidamento e la riparazione delle lesioni avviene per gradi, più o meno lentamente e progressivamente. Occorre cioè del tempo perché il sangue apporti le sostanze necessarie per ricostruire e riparare il danno; pertanto non può avvenire immediatamente, quasi istantaneamente. Insomma questo tempo non può essere annullato dalle leggi attualmente conosciute.
La ripresa funzionale sia immediata. Il cieco vede; il paralitico cammina; il riassorbimento di liquidi avviene immediatamente; si ripristina immediatamente l’attività mentale in caso di lesioni del sistema nervoso centrale. Insomma non vi è la fase di latenza o di ripresa graduale, come normalmente avviene.
Le terapie prescritte ed eventualmente effettuate siano risultate senza alcun effetto sulla guarigione e non abbiano alcuna influenza sul decorso della malattia.
Infine la guarigione deve essere duratura, proprio per quel concetto espresso precedentemente e cioè che l’organo offeso o malato abbia ripreso la sua normale e fisiologica attività e quindi essendo scomparsa ogni forma di rottura e/o lesione, non si può esaurire in un miglioramento effimero, ma deve persistere a successivi controlli e fatti a distanza di tempo.
Ecco quali sono i parametri di valutazione di una guarigione considerata straordinaria da parte della scienza.
La considerazione e la valutazione teologica e trascendentale, non può prescindere di un altro aspetto fondamentale e cioè la costante correlazione con atti religiosi da parte del malato o di altre persone, che possono estrinsecarsi in preghiere, pellegrinaggi, o di applicazioni di reliquie.
Nella valutazione di fatti straordinari che accadano per l’intercessione di Padre Pio, con notevole frequenza, in coincidenza con la guarigione, il sanato o qualcuno dei familiari è pervaso da un’ondata di soave ed indescrivibile profumo. Ormai le testimonianze sono innumerevoli. Non è suggestione, non è psicosi, non è inconsistenza scientifica, ma un dato di fatto in cui Padre Pio, con questo suo segno, fa sentire la sua presenza vicino ai suoi figli, sparsi per il mondo.
Vorrei anche aggiungere che nell’esame di queste guarigioni straordinarie o meno, spiegabili scientificamente o meno, in cui si riconosce un benevolo intervento divino per l’intercessione di Padre Pio, ricorre spesso che il sanato avverte sensazioni particolari, strane, dolorose, seguite da una sensazione di calma, di benessere psichico, pace, serenità psichica e fisica, si ha l’impressione di essere guarito; talvolta si associa la visione di Padre Pio;
nei momenti in cui tutto sembra irrimediabile per i medici, appare lui e ti dice: “Non aver paura, io sto con te, vedrai guarirai”.
Fatte queste premesse, quando abbiamo preso in considerazione la guarigione del piccolo Matteo Pio Colella abbiamo visto che corrispondeva ai requisiti che abbiamo sinora menzionati per cui l’abbiamo considerata clinicamente inspiegabile; per la Chiesa un “miracolo”.
Vorrei fare un’altra piccola annotazione:
prima di prendere in considerazione la guarigione del piccolo Matteo Pio Colella, sono stati esaminati altri casi; in ciascuno di loro non abbiamo ravvisato l’inequivocabile considerazione che potesse trattarsi di guarigione straordinaria.
Ed anche nel caso del piccolo Matteo Pio abbiamo dovuto superare non poche difficoltà; perché la Scienza, i medici, stentano a credere ai “miracoli”. Molto spesso ci manca quell’umiltà di dire: non è opera nostra, non è opera mia.
Comunque fra i tanti casi segnalati, quella che colpì di più la nostra speculazione scientifica e che, subito, apparve di grande interesse per la straordinarietà dell’evoluzione, fu l’istantanea e completa guarigione del piccolo Colella Matteo Pio.
Tale guarigione, ottenuta dal Signore per intercessione di Padre Pio, ha permesso di portare avanti l’iter per la Canonizzazione.
La segnalazione ci venne fatta dalla mamma del bambino in data 08-04-2000. Scrisse una lettera bellissima: “Tu hai detto Gesù: «non si accende una lucerna per nasconderla, ma per collocarla in alto, perché faccia luce a quanti sono in casa». E’ per questo che ho deciso di raccontare del dono meraviglioso che hai voluto fare alla nostra famiglia, in questo lungo , incredibile mese dal 20 gennaio al 26 febbraio 2000″.
A questa sua lettera accluse la copia della cartella clinica e diede l’autorizzazione a farne un uso consentito, rendendo nota la malattia, il suo iter e la guarigione.
Il fatto è stato ritenuto prodigioso ed è stato attribuito alla intercessione di Padre Pio. Si tratta della guarigione repentina, completa e duratura del bambino affetto da: “Meningite fulminante, evoluta in MOFS, complicata da ARDS, con interessamento contemporaneo di nove organi, divenuti insufficienti”.
Il fatto si è verificato a San Giovanni Rotondo nei giorni 20 gennaio-26 febbraio 2000.
Dall’11 giugno al 2 settembre 2000 il Tribunale Ecclesiastico di Manfredonia-Vieste, nella sede arcivescovile di Manfredonia, istruì, sul caso, un regolare Processo diocesano, nel quale furono ascoltati 16 testimoni, 14 indotti dal Postulatore e 2 chiamati “ex ufficio”.
Quelli indotti dal Postulatore sono stati: il bambino Matteo Pio Colella ed a seguire i genitori; Il papà Colella Antonio, medico; la mamma Ippolito Sanità Maria Lucia, insegnante. Inoltre furono chiamati a testimoniare i medici e gli infermieri del reparto di Pediatria e di Rianimazione, dove fu ricoverato il bambino; un nefrologo e lo zio del sanato, anch’esso medico. Furono ascoltati ex ufficio, l’insegnante del bambino ed un frate, amico della famiglia Colella.
Ottemperando al dispositivo della legge canonica, la quale impone che il sanato sia visitato, dopo l’asserita guarigione, da due periti, il Tribunale ha convocato un cardiologo, come I perito ab inspectione ed un professore ordinario di Medicina interna presso Università degli studi di Palermo, come II perito “ab inspectione”. Essi hanno depositato e rilasciato una relazione scritta. Gli illustri medici hanno confermato lo stato ottimale di salute del sanato. Quindi la guarigione è stata duratura nel tempo. E’ stata opinione dei periti che « il piccolo Matteo Pio Colella si debba considerare completamente e definitivamente guarito dalla patologia di cui ha sofferto».
I medici, che sono stati chiamati a deporre al processo diocesano, sono stati tutti concordi nel ritenere il fatto scientificamente inspiegabile sulla base delle attuali conoscenze mediche.
Quindi il 2 settembre 2000 veniva chiuso il Processo Diocesano; veniva raccolta una voluminosa documentazione scientifica, comprensiva della copia delle cartelle cliniche, copia delle radiografie e di altre indagini strumentali.
Il 18 ottobre 2000 tutta la documentazione veniva consegnata alla Congregazione delle Cause dei Santi.
Il 12 gennaio 2001 veniva dichiarata la validità del processo dalla Congregazione delle Cause dei Santi.
La Postulazione Generale ha chiesto poi un giudizio medico-legale ex Ufficio ai professori, Giovanni Rocchi e Francesco Di Raimondo.
Il giudizio del prof. Rocchi nella sua lunga perizia medico- legale concluse: “A questo punto il giudizio prognostico può essere considerato infausto in relazione allo stato di insufficienza multiorganica”.
Il prof. Di Raimondo anch’esso conclude con lo stesso tono:
“Nessuna difficoltà a confermare la diagnosi di dimissione” confermando che trattasi di sepsi meningococcica con simultaneo e significativo danno in più sedi “Quadro ora classificato come MOFS. Gli organi colpiti in misura gravissima erano superiori a cinque. In merito ai criteri emersi negli ultimi tempi nella letteratura medico-scientifica internazionale, criteri adottati in via definitiva per un giudizio prognostico qoad vitam: in concreto si ritiene che , qualunque sia la causa prima, un colpito da MOFS vada incontro a morte certa quando risultino coinvolti almeno sei comparti”. Continua: “Ci si trovava di fronte non ad un corpo di vivente ma, un organismo umano su cui si erano già colti i fenomeni indicativi di una morte”.
Il 22 novembre 2001 si riuniva la Consulta Medica per l’esame della guarigione del bambino Matteo Pio Colella.
Alla seduta erano presenti: S. Em.. Rev.ma il Cardinale J. Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione; S. Ecc. Rev.ma Mons. Edward Nowak, Segretario; il Rev.mo Mons. Michele Di Ruberto, Sottosegretario; il Rev.mo Mons. Sandro Corradini, Promotore Generale della Fede.
La Consulta Medica era composta dal Presidente Prof. Lorenzo Bonomo e dai Proff. Francesco Di Raimondo, Giovanni Battista Pignataro , Rodolfo Proietti, Giovanni Rocchi. Segretario il Dr Ennio Ensoli.
ALL’UNANIMITA’, cinque su cinque, sono giunti alle definizioni conclusive.
Diagnosi: Insufficienza multiorgano.
Prognosi: infausta.
Terapia: efficace per l’infezione batterica; inefficace per le conseguenze; inesistente per il rimanente.
Modalità di guarigione: rapida, completa e duratura, senza postumi; scientificamente inspiegabile.
Il 12 dicembre 2001 si riuniva la Commissione Teologica, che all’unanimità dichiarava “Credo che siamo in presenza di elementi più che sufficienti per concludere con tutta certezza morale che la guarigione di Matteo Pio Coltella, dichiarata all’unanimità scientificamente inspiegabile dalla Consulta Medica e avvenuta in perfetta concomitanza cronologica con le ininterrotte preghiere che tante persone devote rivolsero al Padre Pio, sia da attribuire all’intercessione del nostro Beato.
Il 18 dicembre 2001 si riuniva la Commissione Cardinalizia, che all’unanimità dichiarava la validità del miracolo.
Alla presenza di Sua Santità Giovanni Paolo II, il 20 dicembre 2001, nella sala Clementina vi è stata la lettura del decreto sul miracolo, attribuito all’intercessione del Beato Pio da Pietrelcina. Con la promulgazione e la suprema approvazione da parte del Papa del decreto di tale miracolo si spalanca la porta della canonizzazione.
Il 26 febbraio 2002 si decideva la data della Canonizzazione, ormai nota a tutti, 16 giugno 2002 in Piazza San Pietro.
Il fatto
La famiglia:
Il piccolo COLELLA MATTEO PIO è nato a San Giovanni Rotondo il 4 dicembre 1992. La famiglia è composta dal papà, Colella Antonio, di anni 42, medico; dalla mamma Ippolito Sanità Maria Lucia di anni 40, insegnante; dal fratello, Alessandro di anni 14.
Il mattino del 20 gennaio 2000 il bambino va regolarmente a scuola, in condizioni perfettamente normali.
La mamma così ricorda: “E’ oggi che incomincia l’avventura straordinaria della mia famiglia, l’incubo terribile terminato poi come una favola”.
Il bambino a scuola accusa forte mal di testa. La maestra così ricorda quei momenti: “Durante la mia ora di lezione il piccolo Matteo Pio ha cominciato a manifestare brividi generalizzati e teneva il capo inclinato verso il banco. Alla mia richiesta di riferire che cosa egli avvertisse, il piccolo rispondeva solo con cenni del capo, restando verso di me, come se avesse difficoltà a sollevare il capo”. Vengono avvisati i genitori, che vanno ad accertarsi del motivo. Il papà, medico, andato a scuola trova Matteo vicino al termosifone tremante. Constata febbre elevata, circa 40°C, brividi; il bambino presenta sonnolenza e torpore, successivamente vomito.
Viene trasportato al proprio domicilio; gli viene somministrato un antipiretico, con scarso risultato, infatti la febbre si mantiene sempre alta e si associa un nuovo episodio di vomito alimentare. Quel pomeriggio il papà sta da solo con l’altro figliolo, Alessandro, in quanto la moglie è a Foggia per motivi di lavoro.
La febbre, nonostante i presidi terapeutici, non recede, per cui il papà chiede il consulto di un pediatra, che per motivi di lavoro si reca dopo qualche ora. Il pediatra visita il bambino e constata febbre elevata e una discreta diminuzione della vigilanza complessiva. Allerta il papà per eventuale ricovero ospedaliero, se dovessero comparire segni meningei, ancora non manifesti in modo eclatante; tutta la sintomatologia la si attribuisce alla febbre elevata. Ancora più accortezza si deve prestare alla eventuale comparsa di manifestazioni petecchiali.
Verso le ore 20,30, sempre del 20 gennaio 2000, ritorna la mamma da Foggia, entra nella camera, saluta e chiama Matteo, ma il bambino, con gli occhi persi nel vuoto, non la riconosce. La mamma si avvicina per dargli un bacio e si rende conto che ha delle macchie più o meno grandi, violacee sul collo e sul torace. Si scatena un po’ il panico. Consultato telefonicamente il pediatra, che lo ha precedentemente visitato, consiglia il ricovero immediatamente, anzi sospettando una infezione meningococcica, è lui stesso ad avvisare il medico di guardia del reparto di Pediatria e il collega più anziano reperibile.
Vengono altresì informati i parenti della gravità del caso.
RICOVERO IN OSPEDALE – PEDIATRIA
Si prepara in fretta tutto e si accompagna il piccolo nell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, di San Giovanni Rotondo. Giunti al Pronto Soccorso, Matteo, è saporoso, risponde con difficoltà agli stimoli verbali; viene adagiato sulla barella e portato nella corsia di Pediatria.
Alle 21,20 della stessa giornata viene ricoverato nella Divisione di Pediatria.
Il pediatra di turno sta attendendo Matteo Pio in medicheria, in quanto informato della gravità in cui versa il bambino. Le condizioni cliniche infatti, appaiono subito di notevole gravità; facies sofferente; la cute si presenta pallida, con petecchie per numero e diffusione in crescendo; il sensorio obnubilato.
Vengono eseguiti dei prelievi ematici e nel frattempo giunge il pediatra, amico di famiglia, che aveva visitato Matteo circa due ore prima. La sua sorpresa è quella di verificare che la disseminazione delle lesioni petecchiali è stata rapida, a tal punto che esse coprono l’intera superficie corporea, indice prognostico di per sé negativo.
Nel frattempo ai due pediatri si aggiunge il reperibile, in servizio di pronta disponibilità. All’osservazione del medico il piccolo Matteo Pio presenta delle lesioni petecchiali, alcune delle quali già in evoluzione necrotica, localizzate alla cute degli arti inferiori, ai glutei, alla radice degli arti superiori bilateralmente; tali lesioni vanno aumentando di numero e di estensione. Le petecchie sono diffuse a tutto il corpo; inoltre presenta un notevole calo pressorio.
Alle 22,30 viene eseguita puntura lombare. Vengono praticate altre indagini strumentali.
Gli esami di laboratorio e strumentali confermano la gravità della malattia, che si è evoluta in 12 ore circa.
Quindi la clinica e gli esami mettono in evidenza già una situazione clinica di notevole gravità rapidamente evolutiva: e precisamente Meningite fulminante, complicata da DIC, ipotensione, compromissione renale. Ma la cosa più drammatica è la continua evoluzione della malattia con interessamento di altri organi man mano che trascorre il tempo.
In modo inesorabile, nelle ore successive, sono interessati, divenendo insufficienti, nove organi.
Appunto per questa evoluzione rapida, ai tre pediatri, che hanno in cura il bambino, dopo poco, si aggiunge un medico anestesista rianimatore, esperto di patologie pediatriche.
Tutti d’accordo si decide il trasferimento in Rianimazione II;
la patologia, già grave all’ingresso in ospedale, tuttavia il trasferimento in Rianimazione è deciso congiuntamente dai presenti, dopo aver verificato che, ad onta della terapia intrapresa, le condizioni di Matteo Pio continuano a rimanere molto gravi ed a peggiorare.
Così ricorda la mamma:
“Intanto Matteo dopo un … consulto tra pediatri e rianimatori viene portato con la barella verso l’ascensore per essere trasferito in Rianimazione.
Io lo guardo avvilita per l’ultima volta, mentre si chiude la porta dell’ascensore”.
RIANIMAZIONE
Quindi Il giorno 20 gennaio 2000, alle 23,30, per ulteriore peggioramento delle condizioni cliniche, viene trasferito in Rianimazione II.
Così viene riportato nella cartella clinica della Rianimazione II.
Le condizioni cliniche diventano sempre più critiche, nonostante i provvedimenti terapeutici intrapresi; infatti alle ore 2.00 del 21 gennaio 2000, sono trascorse poco più di 14 ore dall’insorgenza, si incomincia ad infondere, nor-adrenalina, dopamina, antitrombina III; la diuresi è scarsa; alle 4.00 si somministra 1 unità di piastrine; si inizia ipotermia fisica; si somministra Lasix, la diuresi è scarsa. Insomma, la notte non porta un miglioramento dello stato clinico al contrario, un progressivo deterioramento delle funzioni vitali sino al coinvolgimento di altri organi, divenuti insufficienti.
Gli esami eseguiti durante la notte e al primo mattino sono un segno della devastante patologia che sta per consumarsi.
Viene ripetuta la puntura lombare, il liquor è torbido,”scuro”, purulento.
Il mattino del 21 gennaio si consuma un dramma e si ravviva una speranza, inattesa.
Il mattino del 21 gennaio 2000, dalle ore 7,00 in poi, la situazione clinica precipita con compromissione di tutti i parametri vitali. Diventa dapprima tachicardico (150/mn), tachipnoico. Il circolo è sostenuto dalla noradrenalina, nonostante ciò la pressione arteriosa non è rilevabile.
Intanto compare una grave insufficienza respiratoria.
Si procede ad intubazione endotracheale ed a ventilazione meccanica.
Alle 9.00 le condizioni cliniche sono disperate; anossia, cianosi generalizzata, nonostante la ventilazione meccanica assistita vi è desaturazione <30%; l’infermiera presente precisa 18%; edema polmonare acuto (ARDS); pressione arteriosa non rilevabile per shock settico; tutto il corpo è ricoperto di petecchie per DIC; dalla tachicardia è passato alla bradicardia estrema per grave insufficienza cardiaca; non risponde ai diuretici per assenza di perfusione renale, per cui si instaura: insufficienza renale acuta. Tutto fa pensare che si sia instaurata una insufficienza surrenalica.
Per arresto cardiaco, si procede al massaggio cardiaco esterno.
Tale situazione clinica disperata con i suddetti parametri si prolunga per oltre un’ora.
Dopo ripetuti tentativi rianimatori, aspirazione di sangue dal cavo faringo-tracheale, l’addome è globoso, teso, si pensa al decesso di lì a qualche minuto.
I medici sanno bene di trovarsi di fronte ad una meningococcemia fulminante da Neisseria Meningitidis, evoluta in MOFS complicata da ARDS; l’esordio è brusco, non sono ancora trascorse 24 ore. Vi sono tutte le complicanze: collasso vasomotorio e shock, DIC, le lesioni petecchiali e purpuriche si allargano rapidamente sino a provocare estese emorragie cutanee; quando insorge il coma, la gittata cardiaca diminuisce progressivamente e la pressione arteriosa cade, è inevitabile il verificarsi del decesso.
Tutti coloro che sono presenti o, che, comunque, vivono l’episodio, ricordano questo drammatico momento come qualcosa che resterà indelebile nella loro memoria.
La mamma del piccolo Matteo Pio così ricorda:
“La notte passa lenta, con una dilatazione dei minuti e dei secondi che mai, avevo provato prima.
Il pediatra, che rimarrà con noi in tutti quei lunghi giorni, e mio marito continuano ad entrare ed uscire dalla porta della rianimazione, nel tentativo di elemosinare notizie sul bambino. Questa notte infinita trascorre trafiggendo i nostri cuori”.
Il ricordo del papà medico è ancora più drammatico:
“….Rimango assieme a Matteo. Vivo questo periodo nell’angoscia di sapere che da un momento all’altro posso perdere Matteo, con l’incubo della risposta degli esami ematochimici, della radiografia del torace, della diuresi e di tutti i parametri cardiorespiratori riprodotti sul monitor. Ricordo con molta angoscia il viso del primario, quando la mattina del venerdì 21 gennaio mi affaccio al box dove è mio figlio. … Egli si gira verso di me e senza un cenno di saluto evita subito il mio sguardo. Capisco allora che per Matteo è finita”.
Il primario così ricorda: “Già in quei momenti ero convinto della impossibilità di un successo o quanto meno ero convinto che… sarebbero reliquari danni cerebrali e renali… Le dimensioni cardiache così come desunte dai radiogrammi, la necessità di un supporto circolatorio con dosi molto alte di adrenalina e noradrenalina (dosi che definirei molto alte anche per un adulto) mi facevano convinto di una possibile morte cardiaca improvvisa o comunque di una cardiopatia se il bambino fosse sopravvissuto”.
Lo stesso dottore così continua:
“Personalmente molte volte ho pensato che il decesso si poteva realizzare di lì a qualche momento. Ho ammesso a me stesso ed ho manifestato ad alta voce con i miei collaboratori in più di una occasione che non ritenevo possibile una risoluzione positiva. Aggiungo che nel caso specifico si sono realizzate delle circostanze favorevoli indipendentemente dalla nostra volontà”.
L’aiuto, medico rianimatore, che ha preso in cura, assieme ad altri colleghi, il bambino sin dal mattino del 21 gennaio 2000:
“….. Ci sono sicuro stati momenti di forte perplessità, sulla opportunità di proseguire le manovre rianimatorie medesime, in quanto persistevano condizioni di cianosi generalizzata estrema e midriasi fissa bilateralmente e bradicardia estrema protrattasi per almeno trenta minuti e più.
Questa bradicardia in un bambino è paragonabile all’arresto di circolo.
Durante questo periodo si è pensato al decesso del sanato che sembrava dovesse verificarsi da un momento all’altro”.
Così ricorda uno de medici anestesisti rianimatori, esperto di patologie pediatriche, che, sin dal ricovero in pediatria, ha prestato soccorso al bambino:
“Ricordo che nel corso della mattina (21 gennaio 2000) è stata eseguita una puntura lombare con emissione, questa volta, di liquor torbido e purulento.
Nella fase acuta la prognosi era infausta quoad vitam e riservata quoad valitudinem”.
La descrizione dell’infermiera professionale della Rianimazione II, presente di turno la mattina del 21 gennaio 2000, è fortemente drammatica:
“Ricordo di aver preparato il materiale sterile per la esecuzione della puntura lombare. Nel frattempo sivaveva provveduto ad intubare il piccolo Matteo Pio.
Al momento del prelievo del liquor, il liquor stesso si presentava denso e di colorito nerarstro. Al termine della procedura, rimettemmo il piccolo Matteo Pio in posizione supina, e ci accingemmo a fare la detersione delle vie aeree superiori. Fu in quel momento che incominciò a manifestarsi una estrema bradicardia ed una desaturazione dell’ossigeno ematico, come era possibile rilevare dal monitor situato accanto al paziente. La cute di Matteo Pio ha cominciato a presentarsi cianotica, le stesse petecchie, da un colorito rossastro, viravano verso il colorito nerastro. Ricordo con esattezza di aver seguito con apprensione la diminuzione del valore di saturazione dell’ossigeno sul monitor, che raggiunse anche il valore del 18%. La frequenza cardiaca era pari a 23 battiti al minuto
La pressione già bassa sin dall’inizio, è divenuta imprendibile; il piccolo Matteo Pio non si riprendeva.
Non c’era nessuna ripresa. Tutti eravamo disperati, gli occhi arrossati e con le lacrime.
“Proprio in quel momento mi atterriva il pensiero di dover proprio io provvedere al lavaggio del cadavere, prima del trasferimento in camera mortuaria. Come lo vestiremo? Come dobbiamo riferirlo alla madre?”.
Dello stesso tenore sono le descrizioni di tutti quelli che sono presenti quella mattina e si sono precipitati ad aiutarsi l’uno con l’altro con la speranza di strappare quel bambino alla morte.
L’infermiere professionale di turno:
“Ricordo distintamente che le condizioni del bambino divennero ad un certo punto estremamente critiche.
Ricordo che uno dei medici ci riferì ad alta voce che a suo giudizio proseguire nei tentativi di rianimazione sarebbe stata una cattiveria”
La conclusione è che tutti pensano al decesso da lì a qualche minuto; tutti i presenti, dall’équipe medica al personale non medico, sono convinti di tale evento.
E’ una situazione veramente disperata; quella situazione in cui si esauriscono le risorse della scienza; ed ecco che quel caso disperato, improvvisamente si risolve come d’incanto.
I medici e tutti i presenti raccontano l’episodio ancora con le lacrime agli occhi, perché per tutti il bimbo è considerato irrecuperabile.
Invece, improvvisamente, accade qualcosa di straordinario e con l’incredulità di tutti. Quel centro del respiro, probabilmente leso dalla meningococcemia, quel quadro toracico che, per ben due giorni, sino al 24, è di “tipo peggiorativo con aspetto a “vetro smerigliato ” di entrambi i campi polmonari, specie il destro, ove sembra associarsi minimo versamento pleurico”, riprendono ad ossigenare il sangue, anche se ancora non in modo perfetto, saturazione in O2 al 78% e poi al 100%; il cuore riprende la sua corsa, la pressione arteriosa è rilevabile, adeguata per perfondere adeguatamente gli organi. I parametri vitali si mantengono stabili e soddisfacenti.
Le complicanze hanno un andamento di veloce risoluzione, compresa l’insufficienza renale, E’ ovvio che nel frattempo sono state prese tutte le dovute precauzioni ed iniziato il dovuto trattamento.
Però passata la fase critica della sopravvivenza, incominciano a sorgere altri dubbi: quali saranno gli esiti? Un cervello, che, già affetto da meningococcemia, ha avuto un così lungo periodo anossico, che è stato per così lungo tempo non perfuso, che danni ha subito?
Questi interrogativi tormentano i medici; la loro paura di trovarsi di fronte un bambino con dei deficit mentali o nervosi ha un fondamento scientifico. Infatti viene eseguito: EEG con il risultato seguente: “……. Marcate anomalie bioelettriche di tipo lento diffuse espressione di sofferenza di media entità”
Il bambino è sedato con morfina ed è curarizzato, per cui non si riesce subito a valutare la risposta del danno nervoso.
La sera del 31 gennaio, sono trascorsi appena 10 giorni, si sospende la sedazione e la curarizzazione; riposa durante la notte.
Viene concesso ai familiari di essere presenti vicino al suo letto ed assisterlo dal punto di vista psicologico.
Ecco l’altra sorpresa che colpisce i medici. Il diario clinico del 3 febbraio riporta: “Il Paziente è stato tranquillo; vigile e cosciente”, è sempre in respiro assistito. Il pomeriggio del 4 febbraio: “Parametri vitali stabili. Paziente sveglio collaborante. Effettuato ciclo di respiro spontaneo. Il 5 febbraio: “Paziente sveglio, collaborante. Effettuato ciclo di respiro spontaneo. Non ha deficit motori”. Il 6 di febbraio: “Paziente ben sveglio, orientato, collaborante”.
Tale situazione sorprende tutti. Uno dei rianimatori:
“Confermo che, tenendo conto di tutte le complicanze cliniche accadute, si sono sospettate delle lesioni cerebrali e sono rimasto molto sorpreso della rapidità di ripresa dell’attività cerebrale (sono rimasto molto sorpreso nel vedere il bambino ancora ricoverato in terapia intensiva mentre giocava alla playstation)”.
La stessa giornata, infatti, il bambino gioca alla playstation e dialoga tranquillamente con la mamma.
La sera del 7 febbraio: “Rimosso catetere vescicale”. L’8 febbraio: al mattino: “Paziente sveglio, collaborante. Ha urinato spontaneamente, senza catetere vescicale”. Rimane in respiro spontaneo per tutta la giornata. Il suo essere, collaborante, orientato e ben sveglio, forse troppo, viene sottolineato dal personale infiermeristico, a tal punto da “prendere in giro” qualcuno dei componenti.
Il pomeriggio del 12 febbraio 2000 alle ore 16 viene ritrasferito in Pediatria; non vi è alcun motivo per la sua degenza in Rianimazione.
Il 26 febbraio 2000 viene dimesso dalla Pediatria, guarito.
Alcune considerazioni scientifiche:
la malattia che ha colpito il piccolo Matteo Pio è una complessa e devastante situazione clinica, che si raffigura nella MENINGITE FULMINANTE evoluta nella MULTIPLE ORGAN FAILURE SYNDROME + ACUTE RESPIRATORY DISTRESS SYNDROME (MOFS+ARDS).
La MOFS nel paziente Colella Matteo Pio ha interessato 9, dico nove, organi; ciò è stato dimostrato in modo chiaro ed inequivocabile. Tutto ciò è stato ammesso dagli stessi medici che lo hanno avuto in cura.
Mi sembra opportuno ricordare che la letteratura internazionale, nella casistica della percentuale di mortalità, si ferma all’interessamento di cinque organi, perché subito dopo, cioè a sei organi, non si è mai descritta la sopravvivenza di alcun paziente in quanto la mortalità è del 100%.
I Pazienti affetti da MOFS con interessamento di tre organi e che riescono a superare tale grave situazione clinica, vengono considerati dei sopravvissuti ed hanno una ripresa molto, ma molto, lenta. Certamente questi pazienti non si svegliano, come è accaduto a Matteo Pio Colella, in circa 10 giorni chiedendo di succhiare un ghiacciolo alla Coca Cola e di giocare alla Playstation, pur essendo affetto, ribadisco, da: meningite fulminante + MOFS, con interessamento di 9 organi, ed ARDS. Il coma è stato così lungo perché farmacologicamente indotto, ma nel momento in cui si sono sospese la curarizzazione e la sedazione con morfina e quindi il coma farmacologico, dopo circa dieci giorni, il bambino si sveglia come se non avesse avuto nulla e, appunto, chiede di gustare un ghiacciolo alla coca cola e di avere una playstation, che gli viene portata e con cui si mette a giocare; tutti noi sappiamo che attenzione e concentrazione richiede un gioco di tale portata al “computer”; il bambino riesce a farlo ed anche bene, al punto da sfidare i medici in tale competizione.
Gli organi interessati dalla MOFS sono:
1 – Sistema nervoso.
2 – Apparato cardio-vascolare.
3 – Apparato respiratorio, con ARDS.
4 – Apparato urinario.
5 – Fegato.
6 – Apparato gastro-intestinale.
7 – Sangue e sistema coagulativo.
8 – Apparato endocrino, surreni.
9 – Cute.
ECCO L’ELENCO NUMERICO E NOMINALE DEGLI ORGANI INSUFFICIENTI CONTEMPOANEAMENTE, RESTIAMO SEMPRE PIU’ PERPLESSI, SORPRESI, OSEREI DIRE, INCREDULI DI QUESTA STRAORDINARIA GUARIGIONE. L’UNICO ESITO PERCHE’ POSSA ULTERIORMENTE STUPIRCI SONO MINUSCOLE CICATRICI.
Dr Pietro Gerardo Violi – medico chirurgo
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Il miracolo della beatificazione di padre Pio
gennaio 30, 2010 by Dr. Pietro Gerardo Violi
Categoria Atti e scritti su padre Pio
Nell’esaminare sia la guarigione della signora Consiglia Di Martino sia altre guarigioni ottenute per l’intercessione di Padre Pio, il mio scrupolo è divenuto sempre più eccessivo.
Anche se, più volte, ho pensato che fosse giusto fondere la mia mente di uomo di scienza con quella di uomo di fede.
Dal punto di vista scientifico mi attengo a dei parametri di valutazione ben precisi, perché una guarigione possa dirsi straordinaria.
Dr. Pietro Gerardo Violi
Il fatto: guarigione della sig.ra Consiglia Di Martino
CONSIGLIA DE MARTINO è nata a Salerno il 20-01-1952, è casalinga, coniugata dal 1972 con Antonio Rinaldi, commerciante. All’atto del Processo il padre è vivente e gode di buona salute. La madre è deceduta all’età di 50 anni per tumore cerebrale.
Rivedendo l’anamnesi patologica relativa al ricovero del primo novembre 1995, riporto le parti più salienti.
La sera del 31 ottobre 1995, la Paziente, dopo due giorni di stress psico-fisico, per l’assistenza in ospedale ad uno zio, mentre cenava in casa di una parente, accusò, dopo un accesso stizzoso di tosse, una sensazione dolorosa, definita come “strappo”, “fitta”, localizzata nella parte alta dell’emitorace di sinistra, regione sternale, sopraclaveare. La paziente attribuisce il malessere alla intensa attività fisica espletata per l’assistenza a questo parente gravemente ammalato e poi deceduto. Nelle 48 ore precedenti, infatti più volte sollevò e aiutò a cambiare di posizione l’ammalato. Durante uno di questi sforzi, avvertì un dolore lancinante al petto come uno strappo. Ritornata al proprio domicilio, incominciò ad avvertire sensazione di malessere generale.
La mattina successiva, 1 novembre 1995, avvertì un mal definibile come sensazione di oppressione al petto, per cui riparò in casa della sorella Carmela. Qui si accorse, poco dopo, di un “senso di gonfiore” nella zona sopraclaveare sinistra ed un senso di soffocamento. Controllandosi allo specchio, notò, in tale sede una grossa tumefazione, della grandezza di un’arancia. Pertanto, spaventata, si fece accompagnare immediatamente, dal cognato Luigi Rinaldi, al Pronto soccorso degli Ospedali Riuniti di Salerno “S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona”. Appena giunta, il sanitario di guardia, dottoressa Silvana Anzalone, dispose l’immediata esecuzione di una TC total body senza mezzo di contrasto. L’esame evidenziò:
“Presenza di raccolta fluida in sede latero-cervicale sn che si estrinseca in sede sopra e sotto-claveare omolaterale, comprimendo e dislocando le strutture viciniori verso il controllato. Disomogeneità con presenza di fluido anche in sede mediastinica e retrocrurale. Presenza di raccolta fluida della stessa densità di quella trovata a livello cervicale, nel retroperitoneo mediano adesa ai grossi vasi, agli psoas ed agli ureteri”.
Prontamente venne ricoverata presso la III Divisione di Chirurgia Generale ove, all’esame obbiettivo, le venne riscontrata la tumefazione, che il Medico descrive nel modo seguente: in fossa sopraclaveare sinistra presenta una tumefazione mobile, molle, fluttuante, non aderente ai piani sottostanti; di carattere non infiammatorio, ricoperta da cute normale. Nella serata del medesimo giorno, per meglio precisare la diagnosi, dopo alcune ore, la Paziente fu sottoposta a nuovo esame TC total body con mezzo di contrasto. Il secondo esame conferma il dato già acquisito.
“Si conferma quanto rilevato all’esame diretto con la presenza della raccolta fluida in sede latero-cervicale, sopra e sotto-claveare sinistra, mediastinica, retrocrurale e retroperitoneale mediana. Segni di compressione sulle strutture mediastiniche con modica dislocazione verso il controllato”.
Le caratteristiche semeiologiche: tumefazione mobile, fluttuante; di sede: regione sopraclaveare sinistra; le indagini strumentali eseguite, in particolare la TC, che definiscono la particolare localizzazione del versamento, sopraclaveare, mediastino posteriore, retroperitoneale, inequivocabilmente hanno fatto pensare ad una lacerazione e successiva rottura del dotto toracico. D’altronde, come con grande oculatezza, fu, poi, posta la diagnosi alla dimissione, avvenuta dopo cinque giorni, senza aver effettuata alcuna terapia né medica, né tantomeno chirurgica, evacuativa e/o diagnostica.
Infatti il giorno successivo, il caso venne esaminato dal Primario della Divisione. Egli prese visione delle TC eseguite, visitò la sig.ra De Martino e pose diagnosi di rottura o lacerazione del dotto toracico conseguente a trauma con imponente versamento di liquido linfatico, stimato in circa due litri, e pose, inoltre, indicazione ad un intervento chirurgico non essendo attuabile alcun’altra terapia.
Per poter meglio comprendere il caso clinico e dare una giusta comprensione al tutto, in quanto, talvolta, qualcosa potrebbe apparire lacunosa, credo sia opportuno ricordare brevemente la fisiologia e l’anatomia della linfa, della circolazione linfatica e dei canali collettori linfatici.
In condizioni ordinarie la linfa si forma a partire dal liquido intercellulare, fuoriuscito in eccesso dai capillari, aumentato a livello del tratto intestinale, del fegato, e del cuore.
La quantità di linfa che si forma è discontinua e variabile, comunque è stata calcolata intorno a 4 ml/min/Kg; alcune sostanze possono aumentare tale produzione o con un’azione lesiva sull’endotelio capillare o variando le pressioni oncotiche. Viene prodotta, specialmente nel primo caso, una linfa oseremmo dire “più densa”, con abbondante contenuto proteico.
La composizione della linfa varia secondo il territorio dal quale proviene; la linfa proveniente dall’intestino, contiene prodotti di assorbimento , oltre a contenere i materiali elettrolitici cristalloidi identici a quelli del plasma; praticamente è nella stessa concentrazione, in proteine lievemente inferiori, anche se quella del dotto toracico giunge a possedere quasi tante proteine quanto il plasma ed uguali ad esse.
La linfa del dotto toracico è particolarmente ricca di grassi, ai quali deve il suo aspetto lattescente, tale aspetto è specialmente accentuato durante il periodo di assorbimento intestinale. Contiene inoltre gli elementi figurati, praticamente la quasi totalità di linfociti. La densità della linfa è leggermente superiore a quella del plasma. La viscosità è alquanto inferiore di quest’ultimo.
Tra le altre funzioni vi è quella di trasporto delle proteine, di queste particolarmente l’albumina, sfuggite al compartimento vascolare; se non avvenisse tale trasporto ci sarebbe un accumulo nello spazio interstiziale di tali proteine che agirebbero aumentando la forza oncotica; si verrebbe a creare un edema progressivo per richiamo continuo di acqua in tale sede.
Per tali caratteristiche una volta che si crea uno spandimento nelle cavità o una stasi nell’interstizio, vedi elefantiasi arti inferiori, così detto “edema duro”, il riassorbimento avviene molto, ma molto lentamente, oppure diventa saccato.
Vorrei soffermarmi brevemente sull’anatomia dei canali collettori linfatici: il dotto toracico ed il dotto toracico di destra.
Il dotto toracico rappresenta il tronco collettore di tutti i linfatici del corpo, ad eccezione di quelli che provengono dall’arto superiore destro, dalla metà destra, della testa, del collo e del torace, che vanno a formare il condotto linfatico di destra.
Il dotto toracico nasce nella parte superiore della cavità addominale, come continuazione di una formazione sacciforme, la cisterna del chilo, o cisterna del Pecquet, che rappresenta il punto ove confluiscono tutti i tronchi linfatici sotto-diaframmatici. Da qui il dotto toracico attraversa il diaframma passando attraverso l’orifizio aortico ed arriva nel mediastino posteriore, che percorre verticalmente. Uscendo dal torace, giunge in corrispondenza della base del collo, a sinistra, ove termina sboccando, il più delle volte, nel punto di confluenza della vena giugulare interna con le vena succlavia.
I suoi rapporti: la cisterna del Pecquet, da dove nasce il dotto toracico, è situata profondamente. posta al davanti della colonna vertebrale, al di dietro dell’aorta, tra i due pilastri del diaframma. Il segmento cervicale del dotto toracico è posto nello spazio indicato quale trigono dell’arteria vertebrale. Il tratto terminale di questo segmento ha la forma di un arco con concavità inferiore. Il dotto comincia a piegarsi in avanti e lateralmente per contornare l’apice del polmone, ad un’altezza che corrisponde al margine inferiore della settima vertebra cervicale; qui viene ingrossato dai tronchi, giugulare, succlavio, bronco-mediastinico, si dilata a formare un’ampolla; poi si restringe di nuovo, proprio nel punto ove sbocca nel sistema venoso. Una piccola osservazione: nel vivente, assai spesso, il sangue venoso si spinge nell’ampolla, nonostante la presenza di due valvole, che si trovano nel punto di sbocco del condotto.
La terapia praticata e che viene riportata in letteratura è quella chirurgica; infatti, la risoluzione si ha sempre dopo la legatura del dotto associato al drenaggio toracico.
Già dalla mattina del 2 novembre, le condizioni cliniche evolvono in maniera inaspettatamente favorevole, senza che venga praticata alcuna terapia medica né tanto meno un intervento chirurgico. La tumefazione si riduce più della metà e la sintomatologia soggettiva regredisce completamente.
Il fatto che sia stato un episodio clinico acuto lo dimostra, oltre che la sintomatologia avvertita dalla Paziente e le indagini strumentali, anche l’esame emocrocitometrico eseguito il giorno 01-11-1995
Alla Paziente, ribadisco, non viene effettuata alcuna terapia né medica, né chirurgica.
Gli esami ematochimici, ricontrollati Il giorno dopo, cioè il 2-11-1995, risultano nella norma.
Il giorno 3 novembre la tumefazione è completamente scomparsa e la paziente asintomatica. In tale data si può datare la guarigione, secondo tutte le testimonianze raccolte.
La malata fu comunque trattenuta in ospedale per l’esecuzione di altri accertamenti.
Il giorno successivo, 4 novembre, un esame ecografico non evidenzia raccolta a livello addominale e la radiografia del torace, dopo circa tre giorni, recita: “Allo stato attuale non c’è esistenza di raccolte”
Lunedì 6 novembre viene eseguito un nuovo controllo TC total body con mezzo di contrasto: “Non alterazioni densitometriche parenchimali focali cerebrali. In asse le strutture della linea mediana. Sistema ventricolare regolare. Non alterazioni densitometriche parenchimali polmonari focali. Non tumefazioni linfonodali alle stazioni ilo-mediastiniche. Epatomegalia a densità omogenea. Milza, pancreas e reni senza evidenti lesioni focali. Non visibilità di processi espansivi in pelvi. Non raccolte latero-cervicali, mediastiniche od in addome. Non significative tumefazioni linfonodali alle stazioni addomino-pelviche”.
Persistendo condizioni di completo benessere, la paziente De Martino Consiglia viene dimessa dall’ospedale clinicamente guarita.
La diagnosi alla dimissione è stata così formulata: “Spandimento di liquido dalla fossa sovraclaveare sn lungo il mediastino posteriore ed il retroperitoneo fino allo psoas di sn di sospetta filtrazione traumatica del dotto toracico al suo sbocco”.
Ci troviamo, per le sue caratteristiche, di fronte ad un chilotorace con spandimento in retroperitoneo, qualunque sia stata la causa, anche se la clinica fa pensare ad un fatto traumatico.
La linfa per le sue caratteristiche, prevalentamente per la pressione oncotica, legata alle proteine (dalla cartella clinica risulta una riduzione delle proteine sieriche totali) prevalentamente albumina, ed altri componenti, simili a quelli plasmatici, come riferito nella premessa, determina un aumento di liquidi nel comparto dove avviene lo spandimento, salvo che non venga drenata. In questo caso, non solo non vi è stato un aumento del versamento nelle cavità in cui vi era linfa, ma al contrario una scomparsa così rapida, avvenuta in modo inspiegabile clinicamente e scientificamente, con la guarigione clinica della Paziente CONSIGLIA DE MARTINO.
La guarigione della signora Consiglia De Martino è una guarigione repentina e ritenuta eccezionale dai medici testimoni e dai vari periti per la modalità con cui è avvenuta.
L’eccezionalità che la caratterizza è legata alla pressoché immediata, completa e spontanea scomparsa di una ingente quantità di liquido, stimata in circa due litri, che per la sua composizione e per il suo elevato contenuto di sostanze, sicuramente non è suscettibile di riassorbimento spontaneo.
La risoluzione spontanea della patologia permette di evitare l’intervento chirurgico già programmato perché inizialmente ritenuto indispensabile ai fini della guarigione clinica: già nelle prime 24 ore di degenza, la sintomatologia soggettiva regredisce spontaneamente tanto che la paziente diviene completamente asintomatica e il giorno 3 novembre all’esame obiettivo, la tumefazione non è più rilevabile. Gli esami di controllo, come abbiamo già detto, eseguiti nei giorni successivi, confermano una evoluzione favorevole della patologia non evidenziando più la presenza di spandimento liquido.
Dopo la dimissione vengono eseguiti numerosi controlli clinici e strumentali da cui si evince che la guarigione è stata completa e duratura nel tempo.
La beatificazione di Padre Pio, avvenuta a Roma il 2 maggio 1999.
Dr Pietro Gerardo Violi – Medico Chirurgo
L’Amore: elemento centrale nella vita di Padre Pio
luglio 29, 2009 by Dr. Pietro Gerardo Violi
Categoria Atti e scritti su padre Pio
Introduzione
Padre Pio è pervaso di amore verso il Padre Celeste e verso il prossimo. Vive la sua vita in funzione di questo amore, che è il suo programma di vita. Amore struggente, mai sazio, al punto da esserne divorato. Anche quando le sofferenze si affiancano all’amore, Padre Pio, vede tali sofferenze nell’ottica dell’amore. Il padre Celeste non può avere alcuna “giustizia punitiva, né preventiva”, ma solo amore.
L’autore, attraverso la rassegna dell’Epistolario di Padre Pio, prova questi asserti. In tutti gli scritti di Padre Pio vi è menzione di questo amore verticale verso Dio ed orizzontale verso il prossimo. Questi amori si fondono sino a sublimarsi e divenire un tutt’uno.
E’ stato giustamente detto che le coordinate della spiritualità di Padre Pio sono due: l’amore e il dolore.
Mi porterebbe molto lontano la trattazione di entrambe, per cui, in questa sede, per motivi di spazio, mi limiterò a fissare lo sguardo soltanto sulla prima: l’amore.
In una lettera al suo direttore spirituale, il Santo di Pietrelcina scriveva:
«Sono divorato dall’amore di Dio e dall’amore del prossimo»1.
Due sentimenti in simbiosi tra loro, fusi l’uno con l’altro a tal punto da diventare un tutt’uno, un amore grande orientato verso Dio, in una direzione verticale, e nel contempo dilatato, in una dimensione orizzontale, verso i «fratelli d’esilio».
Queste linee immaginarie, la verticale e l’orizzontale, intersecandosi, sembrano formare un disegno: la Croce, da cui si sprigiona un lucore che, se abbaglia la mente, eleva fino all’estasi l’anima.
Nessuno ostacolo è riuscito mai a rallentare o a fermare il passo di Padre Pio sulla via dell’amore, unica ragione della sua vita.
L’assunto trova un eloquente supporto probatorio nelle pagine del suo Epistolario, dalle quali il lettore, ogni volta che vi si accosta, trae qualcosa di nuovo scoprendo straordinari particolari, robusti insegnamenti, forti richiami. Una rilettura del medesimo testo, infatti, che con presunzione riteneva di aver sviscerato e compreso in ogni dettaglio, gli fa scoprire novelli spunti di riflessione teologica, mistica e filosofica e gli fa assaporare sconosciute emozioni.
Eppure, nemmeno un attento studio di quest’opera monumentale riesce a far comprendere in pieno la grandezza della sensibilità, dell’animo e della capacità di amare del suo Autore.
Ciò premesso, intenzionalmente eviterò di commentare gli scritti di Padre Pio, per non alterare il significato, la bellezza, la profondità. Mi limiterò solo a fare di essi brevi citazioni. Parlano da sé.
L’amore verso Dio
San Pio da Pietrelcina scrive a padre Benedetto Nardella:
«Una sola cosa dovete domandare a nostro Signore: amarlo»2.
E’ il suo programma di vita, rivelato in questa esortazione..
Egli non è l’uomo isolato, burbero e scontroso che qualcuno ha con superficialità cercato di presentare. Tutt’altro! È pieno di gioia, nella continua ricerca e nell’offerta generosa dell’amore. Soffre per Gesù e con Gesù, per i fratelli e con i fratelli. La sua, però, non è una sofferenza che produce tristezza. Si tratta unicamente di un’esplosione d’amore che genera serenità e pace interiore.
Ad un suo confratello, scriveva:
«… Soffri, ma la tua sofferenza sia rassegnata in modo da poter dire col profeta: in pace amaritudo mea amarissima (eccola nella pace tutta la mia amarezza). Soffri rassegnato, perché ne hai ben ragione, perché la tua sofferenza è voluta da chi vuole renderti simile al suo Unigenito. Soffri, ma non temere, perché chi ti pone nella sofferenza si compiace di te; ma credi pure che Gesù stesso soffre in te e per te e con te, affin di associarti alla sua passione per la salute dei suoi fratelli. Dio non ti ha abbandonato e né ti abbandonerà. Non è la giustizia, ma l’amore crocifisso che ti crocifigge e ti vuole associato alle sue pene amarissime senza conforto e senza altro sostegno che quello delle ansie desolate. ….. il presente è una crocifissione dell’amore. E dico “amore” perché non si tratta né di giustizia punitiva, né di giustizia preventiva». 3
Intorno a quest’ultima affermazione si potrebbero scrivere innumerevoli pagine. Padre Pio non vede il Padre Celeste come Colui che incute timore, sempre in cerca di vittime sacrificali per soddisfare la sua giustizia divina; né come un Dio estraneo alla sua vita. Lo considera, invece, come un Padre, il quale vuole che ogni sua creatura diventi simile al Figlio Gesù, associato alla sua passione e alle sue pene. Ecco perché aggiunge:
«…. non ti spaventare…. Non sei solo in tale agonia»4
Sicuramente Padre Pio assapora, fin dagli anni della giovinezza, il profumo dell’eternità. Con tanta semplicità parla di sofferenza, ma al tempo stesso parla di amore. In questi sentimenti non si avverte agitazione nel suo animo, ma quiete profonda, serenità e pace.
Molti si chiedono come tutto ciò possa essere possibile. Lo rivela egli stesso alle sorelle Campanile, sue devote figlie spirituali:
«Non è difficile intenderlo, perché non vivendo più l’anima della propria vita, ma vivendo di Gesù che vive in lei, deve sentire, volere e vivere degli stessi sentimenti, voleri e vita di chi vive in lei».5.
Vive ogni giorno la sua vocazione, che è quella di imitare Gesù. L’intensità con cui la vive gli fa scrivere, a Maria Gargani:
«La bellezza della nostra religione apparisce sì bella, che io ne muoio d’amore»6 e a Rachelina Russo: «mai nulla mi separerà dal suo amore».7
Un mistico, come Padre Pio, è convinto che la massima aspirazione di una persona è soltanto la libertà di amare senza limiti, senza condizionamenti. Solo alla fine di questo esilio terreno, però, questa condizione potrà realizzarsi in modo perfetto. A Francesca di Foggia, infatti, dichiara:
«L’insaziabile sete che vi divora nasce dal perché non è arrivata l’anima ancora al termine della sua corsa, non è totalmente immersa nell’eterna fontana; il che non può succedere nello stato di viatori»8.
Ciò non deve essere, però, motivo di preoccupazione, per cui a Maria Gargani suggerisce:
«non pensare a ciò che non puoi fare, ma pensa a ciò che puoi e fallo bene, e per amore dello Sposo. Rivestiti di nostro Signore Gesù Cristo Crocefisso, amalo nelle sue sofferenze»9.
Per amare come sa fare Padre Pio bisogna avere un cuore libero da ogni legame, spoglio da interessi e affetti; un cuore che non abbia nulla da proteggere, nulla cui correre dietro; un cuore che non si lasci vincere da paure e da costrizioni che sappia agire nella pace e nell’amore.
«Mio Dio, quant’è felice il regno interno, quando vi regna questo sant’amore» -confida a Rachelina Russo (o.c., 501), e alle sorelle Ventrella aggiunge: «Il desiderio di amare, in divino, è amore…». ((o.c., 555))
Per poter raggiungere la descritta condizione Padre Pio ha valorizzato e gustato, nella rispettiva unicità e bellezza, tutto ciò che lo circonda, come una sinfonia di suoni. Rapito dalle armonie dell’universo, comprende cos’è l’amore e si immerge in Dio.
« Se in un’anima non ci fosse altro che la brama di amare il suo Dio, già c’è tutto, c’è Dio stesso perché Dio non è dove non c’è il suo amore. Dunque state pur tranquille sull’esistenza della divina Carità nei vostri cuori. E se questa vostra brama non è saziata. Se a voi sembra di desiderare sempre senza giungere a possedere l’amore perfetto, tutto questo significa che voi non dovete mai dire basta».
Questa esortazione, questo invito, lo rivolge più volte ai suoi figli spirituali,10 e, come vedremo più avanti, a fra Emmanuele11.
La sua insistenza sull’argomento deriva dalla convinzione che non bisogna mai fermarsi nella via dell’amore, né ci si può mai sentire sazi di tale amore. La sazietà potrà aversi solo quando si sarà raggiunto l’oggetto di questo amore: Dio.
San Pio da Pietrelcina considera l’amore, come il sentimento più sublime della vita, che consegue la sua pienezza unicamente nel momento in cui potrà fondersi con il Sommo Bene.
Esso è fonte di felicità e mezzo di santificazione.
«Ama e fa ciò che vuoi. Non hai tu da tempo amato il Signore? Non lo ami tutt’ora? Non brami amarlo per sempre? Dunque nessun timore anche ammesso che tu abbia commesso tutti i peccati di questo mondo, Gesù ti ripete: “Ti sono rimessi molti peccati, perché molto hai amato”»12 – suggerisce ad una delle sorelle Ventrella (( Epist. III, 619)).
Fin dagli anni giovanili, oserei fin dall’infanzia, il cuore di Francesco Forgione è pervaso di amore. I suoi scritti, sono un inno sublime all’amore. Lo dimostrano i componimenti scolastici giunti sino a noi e tutte le sue lettere, in cui traspare la ricerca del vero amore e l’ansia continua di conformarsi al modo di amare di Gesù.
In una lettera del 12 maggio 1914, indirizzata al suo confessore, il padre Agostino da San Marco in Lamis , in cui ricorda la sua cresima, si legge:
«Al pensiero di quel giorno mi sento bruciare tutto da una fiamma vivissima che brucia, strugge e non dà pena. (…) L’anima è smaniosissima di vedersi del tutto posseduta finalmente da questo gran Dio, dal cui amore ella si sente rubato e trapassato il cuore» 13
In occasione della sua ordinazione sacerdotale, Padre Pio, com’era consuetudine, prepara una immaginetta ricordo in cui scrive:
«Gesù mio sospiro mia vita oggi che trepidante ti elevo in un mistero di amore con te io sia pel mondo Via Verità Vita e per te sacerdote santo vittima perfetta».Penetrare il mistero dell’amore: ecco il suo programma di vita che realizzerà tra tanta sofferenza, nella ricerca continua di «quel fuoco che strugge, brucia e non consuma».
Nella lettera indirizzata a padre Agostino il 9 agosto 1912, il venerato Padre ricorda la festa di San Lorenzo, come uno dei giorni più belli della sua vita:
«Sì, l’anima mia è ferita di amore per Gesù; sono infermo di amore; provo continuamente l’amara pena di quell’ardore che brucia e non consuma. … l’anima mia che si è sprofondata nell’oceano senza rive dell’amore di Gesù»14.
È sublime il modo in cui descrive questo amore ed ancor più sublime è il modo e la costanza con cui lo ricerca.
«Il giorno di san Lorenzo fu il giorno in cui trovai il mio cuore più acceso di amore per Gesù. Quanto fui felice, quanto godei quel giorno!»15.
Dio è amore; Dio è l’amore.
L’amore di Dio è infinito, senza limiti, senza misura.
Dante nell’ultimo verso del Paradiso scrive:
“L’Amor che muove il sole e le altre stelle»
San Massimiliano Maria Kolbe afferma:
«Se diciamo che Dio è l’Amore diciamo tutto di lui».
Credo che Padre Pio, sin dall’inizio della sua venuta al mondo, possa considerarsi un’opera d’arte del Signore, migliorata progressivamente nel tempo sino a raggiungere la perfezione auspicata da Gesù nel Vangelo:
«Siate perfetti come è perfetto il Padre mio che è nei Cieli». Un’opera d’arte nata dall’Amore e resa meravigliosa dalla fusione con Cristo.
Padre Pio attraverso questo “Amore” vive in simbiosi col suo Gesù per libera scelta intesa come donazione di tutto sé stesso a Dio.
Il suo inno all’amore viene mirabilmente tratteggiato, oltre che nelle varie missive inviate alle sue figlie spirituali, nella lettera a fra Emanuele da San Marco la Catola, in cui, tra l’altro San Pio scrive:
«Tu mi chiedi un giudizio sul tuo amore verso Dio. ….Se in un’anima non ci fosse altro che la brama di amare il suo Dio, già c’è tutto, c’è Dio stesso, perché Dio non è dove non c’è il desiderio del suo amore.
(…) E se questa tua brama non è saziata, se a te sembra di desiderare sempre senza giungere a possedere l’amore perfetto, tutto questo non prova la mancanza dell’esistenza dell’amore di Dio in te, ma significa piuttosto che tu non devi dire mai basta, vuol dire che non devi né puoi fermarti nella via del divino amore e della santa perfezione.
Tu sai bene che l’amore perfetto si acquisterà quando si possederà l’oggetto di quest’amore, che nel caso nostro è Dio stesso; dunque perché tante ansie e sconforti inutili?».16
La ricerca dell’Amore è il segreto che anima il suo vivere e il suo soffrire. L’amore, come ho già detto, è la ragione della sua vita: “o morire o amare Dio”
In tutte le lettere destinate ei suoi direttori spirituali Padre Pio parla dell’amore che lo lega a Gesù. Lo percepisce e lo conferma il padre Benedetto allorché rispondendogli afferma:
«Tutto quello che avviene in voi è affetto di amore. (…) Egli, l’amore paziente, penante, smanioso, accasciato, pesto e strizzato….. è con voi»17
All’età di trenta anni circa, egli diventa il «Padre Spirituale», il ricercato consigliere, la guida sicura di tanti confratelli, compresi coloro che, per il passato, lo erano stati per lui. Questi, infatti, il padre Agostino e il padre Benedetto, meglio di ogni altro conoscono la sua spiritualità e il suo amore verso Gesù e verso il prossimo.
Nella lettera del 29 gennaio 1919 scritta a padre Benedetto Nardella, suo direttore spirituale, Padre Pio rivela con accenti di fuoco l’entità di questo amore e scrive:
«Mi sento affogato nel pelago immenso dell’amore del diletto. Io vado facendo una continua indigestione. E’ pur dolce l’amarezza di questo amore e soave il suo peso. (…) Il piccolo cuore si sente impossibilitato a contenere l’amore immenso. (…) Ma, mio Dio, nel riversarsi che egli fa nel piccolo vaso della mia esistenza si soffre il martirio di non poterlo contenere: le pareti interne di questo cuore si sentono presso a poco scoppiare, e mi meraviglio come questo non sia accaduto ancora.
E’ vero ancora che quando questo amore non arriva ad introdursi tutto dentro di questo piccolo vaso, si riversa tutto al di fuori.»18.
Anche quando avverte il peso delle tentazioni e si sente solo, perché Gesù si nasconde, Padre Pio con espressioni molto belle, rivela che questi momenti:
«…non sono abbandoni, ma scherzi d’amore»19.
Dimostrando di avere la consapevolezza che Dio non abbandona mai i suoi figli, specialmente nei momenti più bui della vita. Sa che non bisogna smettere di amare Gesù neppure un istante, perché è sempre degno di amore.
Al padre Agostino confida:
«Padre mio, se potessi volare, vorrei parlare forte, a tutti vorrei gridare con quanta voce terrei in gola: amate Gesù che è degno di amore»20.
Il pensiero di non amare Gesù non lo sfiora nemmeno; soltanto la paura di perdere questo amore lo spaventa, per cui prega continuamente, prega affinché questo amore persista nel tempo e perché abbia quella intensità che merita Gesù. E’ ciò che desidera con tutte le sue forze, perché è certo che senza questo amore soffrirebbe tanto da morire. Lo rivela a padre Benedetto con queste parole:
«Io non amare Gesù e Gesù non amare più me! Questa è una cosa troppo spaventevole per me e perciò mi fa pregare sempre Gesù, che prosegua pure ad amarmi e ci pensa lui a me, se non mi riesce di amarlo quanto merita».21; e al padre Agostino scrivendo
«Questo Gesù, quasi sempre mi chiede amore. Ed il mio cuore più che la bocca gli risponde: o Gesù mio, vorrei … e non posso più continuare. Ma alla fine esclamo: sì, Gesù, ti amo; in questo momento sembrami di amarti e sento anche il bisogno di amarti di più; ma, Gesù, amore nel cuore non ce ne ho più, tu sai che l’ho donato tutto a te; se vuoi più amore prendi questo mio cuore e riempilo del tuo amore e poi comandami pure di amarti, che non mi rifiuterò; anzi te ne prego di farlo, io lo desidero. » 22. E ancora «… sono disposto anche a restare privo per sempre delle dolcezze che Gesù mi fa sentire, son pronto a soffrire che Gesù mi nasconda i suoi belli occhi, purché non mi nasconda il suo amore, ché ne morrei.»23. «Se noi ci sforzeremo di amare Gesù, (…) l’anima sente che non cammina, ma vola.»24.
Il 15 aprile 1915 padre Pio scrive una lettera piena di interrogativi a padre Agostino per chiedere lumi sulla differenza che esiste tra amare e desiderio di amare:
«Forse il Signore non vuole farsi più amare da me? E se questo non è vero, perché il desiderio di amare Iddio supera di molto il fatto stesso di amarlo? Perché Iddio, che è si buono con le sue creature, ricusa di farsi amare quanto l’anima ne desidera?
Deh, ditemi, per carità, perché mai l’anima più sente il desiderio di amare e non ostante gli sforzi che ella fa di amare quanto ella desidera, sente in se stessa farsi un vuoto tale quasi che ella non avesse mai amato?
(…) Morrò io, adunque, senza aver amato mai il mio Dio? O senza averlo amato quanto io il desidero? »25
Ma la risposta, la dà a sé stesso il 19 novembre 1916, allorché al medesimo padre Agostino scrive:
«Io non altro desidero se non che o morire o amare Dio: o la morte o l’amore; giacché la vita senza quest’amore è peggiore della morte.»26
Il Mistico di Pietrelcina paragona questo suo amore ad un vulcano sempre acceso e che non riesce a sprigionare tutto il suo calore. Al padre Benedetto , infatti, dichiara:
«Confesso innanzi tutto che per me è una grande disgrazia il non sapere esprimere e mettere fuori tutto questo vulcano sempre acceso che mi brucia e che Gesù ha immesso in questo cuore così piccolo». E aggiunge «Sono divorato dall’amore di Dio e dall’amore del prossimo»27.
Quando poi consiglia come bisogna amare i fratelli, dà una definizione perfetta, che è tutto un programma di vita:
«Bisogna morire in tutti i momenti di una morte che non fa morire se non per vivere morendo e morendo vivere
Ahime’! Chi mi libererà da questo fuoco divoratore? Pregatemi, padre mio, perché venga un torrente di acqua a refrigerarmi un po’ da queste fiamme divoratrici che in cuor mi bruciano senza alcuna tregua»28
Amore per il prossimo
L’amore che ha verso Dio lo riversa verso i fratelli con lo stesso impegno, la stessa intensità.
«Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi»29. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» 30
Una buona azione non è mai così buona come quando non si ha coscienza della sua bontà, la tua sinistra non sa che la tua destra sta compiendo un’opera buona. La si fa perché il farla sembra la cosa più naturale e spontanea di questo mondo. Padre Pio tutto ciò che fa lo fa con amore e santità.
Non può esserci amore senza la capacità di amare il prossimo con umiltà, fede e coraggio.
Nella considerazione dell’amore di Padre Pio verso il prossimo si apprezza la grandezza di Dio; quel pastorello, divenuto, quel “povero frate” col nome di fra Pio, infine, conosciuto come Padre Pio, è stato scelto da Dio per fare arrivare al mondo l’amore, immensa ricchezza, senza il quale la vita non ha alcun significato.
Si capisce come in lui, prescelto dal Signore, sia nato il germe dell’amore e quindi il desiderio di aiutare gli altri, di alleviare le sofferenze dei fratelli, concretamente e nell’amore.
Sin da giovane, oserei sin dalla nascita, il suo cuore è pervaso dall’amore di Dio e del prossimo. I suoi scritti, sono un inno all’amore, per il prossimo, per i bisognosi. Quando si trova a contatto con i compagni ed i superiori, questo inno dell’amore allarga le frontiere. Infatti, l’educatore è doppiamente padre, anche quando il suo ruolo è quello di essere severo con i discepoli; questa severità in ultima analisi non altro che una manifestazione dì amore. Tutto viene visto sotto l’aspetto più bello della vita: l’amore.
Credo sia vertiginosamente trasportato a vivere per i fratelli, specialmente per i fratelli sofferenti e bisognosi e questa missione è andata via via crescendo in lui man mano che aumentava il suo amore verso i fratelli.
«…si sente ardere anche della carità verso i fratelli, che spesso fa spasimare l’anima».31
Gesù ha fatto a Padre Pio il dono di consolare chi vive nella sofferenza
Come tutti i mistici, questo amore lo porta ad insorgere contro i modelli e le strutture radicate nella società e nella loro cultura, specialmente quando alcuni diventano coscienti di mali che non si vedono neppure; allora sembra che Padre Pio diventi burbero, ti manda via appena ti incontra o dopo un breve colloquio. Questo suo modo di fare è una violenza-amore che fa sbocciare le rose nonostante le forze si oppongano alla loro fioritura.
Padre Pio è ripieno della fede, anche nella più profonda sofferenza; fede in Dio e nei fratelli; fede che trasforma in amore, trovandosi in un gradino superiore; fede che gli permette di trasformare la sofferenza in gioia. Apparentemente soccombe alla violenza nella sua obbedienza sacrificale. Dopo aver trascorso la sua vita in benedizione e amore. Dopo aver concluso la sua vita terrena in un’apparente fragile e fragrante bellezza, sembra che tutto finisce con la sua morte; invece….il mondo sente ancora una volta il bisogno del suo amore, quale sorgente meravigliosa, dalla quale sgorgheranno sorgenti di d’acque fresche che disseteranno innumerevoli persone e famiglie, arrecando loro conforto e sollievo.
In lui non vi è traccia di quella instancabilità e insoddisfazione, di quelle gelosie, di quelle ansie e di quelle lotte che caratterizzano il mondo degli umani; si erge al di sopra di tutte queste miserie umane, lasciando ogni preoccupazione alla onnipotenza di Dio.
Questa sua capacità di amare Gesù e i fratelli di un amore sacrificale, lo ha elevato, spostandolo in un gradino superiore, in un posto supremo.
Nella vita di Padre Pio non vi è nulla di più importante che conformarsi all’amore di Gesù.
Talvolta sento dire e poi ripetere che Padre Pio era solo, o meglio quasi isolato.
Staccato dalla gente ha conquistato la capacità di amarla arrivando a conoscere cos’è la libertà di amare. Non era lui ad andare alla gente, ma la gente da lui, perché convinto che per fare sgorgare questo suo immenso amore dal suo cuore non c’è bisogno di incontrare la gente, sappiamo che è stato segregato per oltre due anni senza mai smettere di amare; ha continuato ad amare Gesù, il prossimo e la madre Chiesa di un amore travolgente sino al sacrificio della sua vita. Il suo è un atteggiamento, una predisposizione ad amare, perché è l’amore a nascere nel suo cuore per primo; non tanto l’amore per una cosa o una persona in particolare, ma l’amore in se stesso. Sarà questo suo amore ad irradiarsi nel mondo, irrompendo libero nel mondo dell’innocenza e percorrendo la via del misticismo e dimorare in questo mondo di mistici.
«Nel fondo di quest’anima parmi che Iddio vi ha versato molte grazie rispetto alla compassione delle altrui miserie, singolarmente il rispetto dei poveri bisognosi. La grandissima compassione che sente l’anima alla vista di un povero le fa nascere nel suo proprio centro un veementissimo desiderio di soccorrerlo e se guardassi alla mia volontà mi spingerebbe a spogliarmi per vestirlo. Se so poi che una persona è afflitta sia nell’anima che nel corpo, che non farei presso il Signore per vederla libera dai suoi mali? Volentieri mi addosserei pur di vederla andar salva, tutte le afflizioni cedendo in suo favore i frutti di tale sofferenza, se il Signore me lo permettesse»32.
Padre Pio si trova nella sua vita di fronte il mistero del dolore, incomprensibile per la mente umana. Mistero assurdo se non lo si inquadra nell’amore. Per Padre Pio, che era entrato nel trascendente, il mistero del dolore non era né incomprensibile e né assurdo. Aveva capito che inquadrato nell’amore si poteva dare un giusto significato. Padre Pio ha cercato di alleviare le sofferenze sempre con amore. Basta ricordare ciò che disse ai medici il giorno dopo l’inaugurazione dell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”:
« Voi avete la missione di curare il malato, ma se al letto del malato non portate l’amore, non credo che i farmaci servano molto.»
Personalmente credo che Padre Pio non è stato mai in nessun momento solo; credo questo per due motivi:
Il primo motivo, è che sta perennemente in compagnia di Cristo;
Il secondo motivo, il personaggio Padre Pio ha vinto l’isolamento dal mondo esterno, dal quale è separato. Ha cancellato il senso di separazione facendo scomparire quel mondo esterno dalla sua anima, ma senza staccarsi dai fratelli e dalle loro necessità e sofferenze.
Innamorato di Gesù e dei fratelli con loro si unisce, senza mai perdere la propria identità, raggiungendo vette altissime, conscio che il regno di Dio è l’amore.
Padre Pio non dà per ricevere, anche se sacrifica la sua vita per Amore verso il suo Dio e verso il prossimo.
La cosa più grandiosa è che questo messaggio di amore continua a perpetrarsi anche oggi. Cioè il suo amore verso Gesù, la Madonna (mammina mia), verso il prossimo, ha prodotto e produce amore. Tanta gente da ogni parte del mondo, attraverso Lui, ha imparato ad amare ed ama.
La salute, la sofferenza, la vita dei fratelli, li sente come suoi sino al punto di sentirsi responsabile di tutto.
Ripetendomi, questa sua scelta di vita è fatta nella più assoluta libertà, mai come fatto coercitivo. Anche se l’ubbidienza ai superiori è arrivata sino all’olocausto di atti, ma mai di sentimenti di amore. Anche quando è stato costretto a vivere una vita isolata, anche in quei momenti è stato vicino con l’amore ai fratelli, specialmente a quelli bisognosi.
«Penso che non esista gioia paragonabile alla gioia di amare; non ha confronti. La gioia di amare è assolutamente unica, ma non è esente da sofferenza. Entrare nell’amore significa entrare nella gioia»33.
Il regno di Dio è l’amore. Inoltre l’amore è premura, è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che si ama e Padre Pio scrive:
«Ti sono vicino e sempre più mi vado immedesimando dei tuoi dolori e godo soffrire con te e per te»34
Ed ancora: Il dolore e la sofferenza della vita bisogna saperle accettare perché «darà vita a grandi virtù, a nuove e sane energie»35
L’amore per Padre Pio è responsabilità; la vita dei fratelli non è un affare loro, ma suo, per cui si sente responsabile di questi suoi fratelli:
«Fratello mio, tu soffri e ne se sono bene compenetrato e questo mi fa soffrire anche assieme a te».36
Praticare il bene nell’amore deve essere il fulcro della vita che ci proietta verso l’alto:
«Un solo pensiero è quello che deve occupare tutto l’animo tuo: amare Dio e praticare e predicare il bene».37
Questa pratica dell’amore non è semplice, né facile, specialmente nelle contrarietà, «Pratichiamo bene la santa rassegnazione ed il puro amore di Dio, il quale non si pratica mai così intieramente come fra le contrarietà e afflizioni. Perché amare Dio nello zucchero, anche i fanciulli lo saprebbero fare».38.
La mobilissima idea per il sollievo dell’umanità, sollievo sia dello spirito che del corpo, nata in lui fin dall’infanzia, si concretizza nella realizzazione di numerosissime opere. Tutte hanno Lui come autore e promotore. Certamente le opere più grandi sono: i Gruppi di preghiera e la Casa Sollievo della Sofferenza. Il giorno dopo l’inaugurazione di quest’ultima, Padre Pio dà il suo messaggio e non poteva essere che un messaggio d’amore. Mi piace ripetermi. Rivolgendosi ai medici ha detto:
«Voi avete la missione di curare il malato; ma se al letto del malato non portate l’amore, non credo che i farmaci servano molto. Portate Dio ai malati: varrà più di qualsiasi altra cura. Nel malato voi curate Cristo; nel malato povero voi curate Cristo due volte!»
Come vero discepolo di Cristo, Padre Pio, fonde la carità verso Dio e verso il prossimo, in unico sentimento.
La stessa cosa viene ulteriormente sottolineata da Giovanni Paolo II nel saluto che fa al personale dell’Ospedale nella sua visita del 23 maggio 1987:
«Il sollievo della sofferenza! In questa dolce espressione si riassume una delle prospettive essenziali della “Carità Cristiana”, di quella carità fraterna, che Cristo cia ha insegnato e che, per suo espresso avvertimento, è e deve essere il “segno distintivo” dei suoi discepoli… Quest’Opera… è una testimonianza dell’amore cristiano. …..si deve formare una vera e propria comunità fondata sull’amore di Cristo: una comunità che affratella coloro che curano a coloro che sono curati da diventare “riserva d’amore”»
Oltre alle sue opere fondate per il sollievo dello spirito e del corpo, ha dedicato la maggior parte del suo tempo al servizio dei fratelli nel consigliarli e confessarli per “strapparli a satana”. Ha realizzato quel programma fatto nel giorno della sua consacrazione sacerdotale:
«… in un mistero di amore con te io sia pel mondo via verità vita e per te sacerdote santo».
Scrivendo a padre Agostino dice:
« Non so negarmi a nessuno. E come potrei se il Signore stesso lo vuole e nulla mi nega di ciò che gli chiedo? » 39;
Credo sia il supremo atto di amore: “Non so negarmi a nessuno”; è la deidizione più completa a chi ne ha bisogno, comunque lo si voglia intendere tale bisogno o necessità.
In un’altra lettera scrive:
« Inoltre dovete sapere che non mi si lascia un momento libero: una turba di anime assetate di Gesù mi si piomba addosso….» 40
La fusione dei due amori
E’ il cammino formativo verso la sublimazione dell’amore; E’ un messaggio forte per la chiesa. Padre Pio è stato e continua ad esserlo oggi, dopo tanti anni dalla morte, un ponte d’amore tra cielo e terra; invia dal cielo messaggi di fede e di amore; è un angelo che segue ed illumina il cammino della vita quotidiana nell’amore.
La ricchezza non consiste nel possedere, ma nel donare. Ricorda che tu sei amore e il suo amore si espande sempre più.
Amando si sente unito al suo Gesù e alle persone; si sente felice e sicuro dentro, pur soffrendo .
«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti».(( Matteo 22, 36-40))
Non si può sopprimere la seconda senza rendere vana e illusoria la prima. Non si può amare il prossimo, senza amare Dio; come pure non si può amare Dio, senza amare i fratelli.
Padre Pio rende tutto ciò come regola di vita, mettendola in pratica nel modo più eccelso.
L’amore di Dio si concretizza nell’amore al fratello.
«Tutto quello che fate ad uno di questi piccoli, lo fate a me».
Sarai immensamente ricco e completo solamente quando sarai riuscito ad accogliere liberamente tutto Dio e tutta l’umanità.
Teresa di Calcutta:
«Alla fine della vita non saremo giudicati sulla quantità del lavoro che avremo fatto, ma sulla qualità dell’amore che avremo messo nel nostro lavoro»
La conclusione di queste mie considerazioni la facciamo fare a Padre Pio stesso;
«Sono tutto di ognuno. Ognuno può dire: “Padre Pio è mio”. Io amo tanto i miei fratelli di esilio. Amo i miei figli spirituali al pari dell’anima mia e più ancora. Li ho rigenerati a Gesù nel dolore e nell’amore. Posso dimenticare me stesso, ma non i miei figli spirituali, anzi assicuro che quando il Signore mi chiamerà, io gli dirò: “Signore, io resto alla porta del paradiso; vi entro quando ho visto entrare l’ultimo dei miei figli”.
Soffro tanto per non poter guadagnare tutti i miei fratelli a Dio. In certi momenti sto sul punto di morire di stretta al cuore nel vedere tante anime sofferenti senza poterle sollevare e tanti fratelli alleati con satana»41.
Elemento centrale nella vita di Padre Pio l’amore
Padre Pio è pervaso di amore verso il Padre Celeste e verso il prossimo. Vive la sua vita in funzione di questo amore, che è il suo programma di vita. Amore struggente, mai sazio, al punto da esserne divorato. Anche quando le sofferenze si affiancano all’amore, Padre Pio, vede tali sofferenze nell’ottica dell’amore. Il padre Celeste non può avere alcuna “giustizia punitiva, né preventiva”, ma solo amore
L’autore, attraverso la rassegna dell’Epistolario di Padre Pio, prova questi asserti. In tutti gli scritti di Padre Pio vi è menzione di questo amore verticale verso Dio ed orizzontale verso il prossimo. Questi amori si fondono sino a sublimarsi e divenire un tutt’uno.
Pietro Gerardo Violi Medico chirurgo IIRCCS Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza- Epist. I, 1247 [↩]
- Epist. I, 1247 [↩]
- Epist. IV, 501 e s. [↩]
- ibidem [↩]
- Epist. III, 963 [↩]
- o.c., 296 [↩]
- o.c., 503 [↩]
- o.c.,149 [↩]
- o.c., 302 [↩]
- cf. o.c. 555 alle sorelle Ventrella); a più riprese, nel 1916 e nel 1918 a Erminia Gargani ((cf. o.c. 665, 721 [↩]
- Epist. IV, 497 [↩]
- Lc 7,74 [↩]
- Epist. I, 471 [↩]
- o.c., 297 [↩]
- ivi)).
Come si evince, il discorso principale è l’amore, perno centrale intorno a cui gira tutta la sua vita anche quando le sofferenze, fisiche e morali, e la malattia si fanno sentire: «Niente desidero, fuorché amare e soffrire. ( …) Anche in mezzo a tante sofferenze, sono felice perché sembrami di sentire il mio cuore palpitare con quello di Gesù» – confesserà al padre Benedetto ((o.c., 197 [↩]
- Epist. IV, 497 [↩]
- Epist. I, 1069 [↩]
- o.c. 1122 s [↩]
- o.c. 198 [↩]
- o.c., 293 [↩]
- o.c., 236 [↩]
- o. c., 266 [↩]
- o. c., 335 [↩]
- o. c., 406 [↩]
- o. c., 565 [↩]
- o. c., 840 [↩]
- o.c., 1246 s. [↩]
- Ibidem [↩]
- Giov. 15, 9 [↩]
- Giov. 15, 13 [↩]
- Epist. III, 962-963 alle sorelle Campanile [↩]
- Epist. I, 462 ss a p. Benedetto [↩]
- F. Carillon – Gioia di credere gioia di amare. EDB – 2000 pag.279 [↩]
- Epist. IV, 217 a p. Paolino [↩]
- Epist. IV, 143 a p. Evangelista [↩]
- Epist. IV, 287 a p. Angelico [↩]
- Epist. IV, 228 a p. Paolino [↩]
- Epist. IV, 293 a p. Angelico [↩]
- Epist. I, 906 [↩]
- Epist. I, 805 [↩]
- Archivio Padre Pio, convento cappuccino, san Giovanni Rotondo [↩]































