La cultura dell’attenzione del mondo della sanità nei confronti del malato
settembre 18, 2009 by Dr. Pietro Gerardo Violi
Categoria Medicina
Il Dr. Pietro Gerardo Violi, medico egregio in pensione, ha svolto la sua missione presso l’IRCCS “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo, mettendo in pratica fino in fondo l’insegnamento di padre Pio: «In ogni ammalato vi è Gesù che soffre. In ogni povero vi è Gesù che langue. In ogni ammalato povero vi è due volte Gesù che soffre e che langue».Grazie a tutti per avermi dato l’opportunità di parlare su di un tema a me molto caro: «La cultura dell’attenzione del mondo della sanità nei confronti del malato». Inizierò a trattarlo citando le «conclusioni», che abitualmente vengono fatte alla fine e cioè: invito tutti a dedicare questo incontro ai pazienti, che, in ultima analisi, sono sempre i nostri maggiori maestri e ci hanno aiutato a diventare medici e uomini.
La medicina, oggi, non può sottrarsi ad un ripensamento della propria antropologia di riferimento per definire, con rinnovato coraggio, una riflessione morale ed etica che riproponga la centralità dell’uomo e dell’uomo persona.
IL FINE ONTOLOGICO DELLA CLINICA È GUARIRE IL PAZIENTE.
Al nostro sistema sanitario quest’avventura risulta provocatoria per almeno tre motivi.
- Il primo consiste nella crisi della professione medica. L’istituto ordinistico, il rapporto collegiale, la pletora medica, la sperequazione economica, la superspecializzazione, la pressione commerciale dell’industria farmaceutica e la mistificazione di un’apparente competizione pubblico-privato sono alcune delle ragioni per le quali oggi il medico vive oggettivamente una crisi di identità, che si traduce in un rapporto conflittuale con la vocazione primitiva all’arte di guarire.
- Il secondo motivo di provocazione viene dal mondo universitario che tradisce la sua preminente funzione di educare alla medicina.
- Il terzo, provocatorio anch’esso, è l’orizzonte etico e culturale di questo tempo della post-modernità al cui interno scompare la forza dell’esperienza personale, scompare la violenza della malattia e dell’esperienza della finitezza dell’uomo-medico e dell’uomo-malato, per far luogo ad una sommatoria di esperienze puntuali.
Affievolita, dunque, è la centralità della persona umana nell’orizzonte di riferimento e del proprium della medicina; ancora incerta appare l’Università sempre più ricca di tabelle didattiche e sempre più povera di Maestri e, per ultimo, resta distante dalla sua originale vocazione l’identità professionale del medico.
Per noi medici non dovrebbe esistere la malattia, ma il malato.
Bisogna riscoprire con passione il dialogo medico-paziente e fare risorgere l’arte della diagnosi; essa deve emergere come un carisma professionale che cresce e si perfeziona nel tempo e il medico deve sapere che verrà realizzata solo quando riuscirà a capire di avere di fronte una persona umana, una complessa e sempre individuale realtà personale di corpo e di psiche che le contemporanee tecnologie biomediche sovente annullano o semplificano a sommatoria di organi ed apparati.
La frammentazione della persona
Spesso l’uomo di oggi è già a pezzi, alla ricerca disperata di rimettere insieme i frammenti del suo essere ed è proteso verso un centro di gravità permanente che ha smarrito.
Possiamo forse parlare della frammentazione della persona, l’uomo a brandelli in tutte le varianti della vita: sociale, familiare, ideologica, politica, medico-sanitaria; credo sia il dramma dell’uomo moderno, vissuto in maniera forse inconsapevole, perché tutto viene propinato come interesse della persona e del singolo.
Non di rado, però, l’uomo viene “fatto a pezzi” anche dalla società che lo circonda che, nelle sue singole componenti (la famiglia, l’azienda, il partito, la squadra, il circolo, la TV, la pubblicità, le tecnologie, il denaro, includerei anche, talvolta, la Chiesa) fa di tutto per appropriarsi di un suo segmento, senza tener conto della sua interezza.
In tutto questo ci inseriamo anche noi medici, che contribuiamo al suo smembramento occupandoci solo di un organo per volta, senza tener presente le naturali interazioni esistenti tra tutti i vari apparati all’interno del complesso organismo umano.
Eppure tutti sono ormai convinti della ineluttabile importanza della unità psico-fisica e spirituale, di cui troppo spesso ci si dimentica, nella pratica clinica quotidiana.
Ormai tutti sono arrivati, finalmente, ad avvertire questa inderogabile necessità di una nuova presa di coscienza per un recupero della visione globale, a fronte di interventi specialistici plurimi, consecutivi, senza coordinamento reciproco.
Forse perché oggi la settorializzazione delle competenze specialistiche si è spinta così avanti da raggiungere il suo punto di rottura, sperando che non vi sia quello di non ritorno, perché in tal caso arriveremmo alla creazione di un frammento pluri-frammentato.
Il medico specialista attuale, quasi sempre, subito dopo il corso di studi universitari, si dedica ad una branca specialistica o ad una sola tecnica specialistica, trascurando ogni altra ampia formazione. Tutti ormai avvertono il pericolo di una gestione così frammentaria dell’uomo malato, per cui tutti aspirano ad una ricomposizione dei singoli tasselli del mosaico «uomo». Allora ecco la necessità di creare la nuova figura del medico, o meglio, di riscoprirne quella antica del medico che si sforza di ricomporre i molti pezzi sparsi; che non considera una perdita di tempo guardare tra gli innumerevoli esami del dossier, dove spesso si nasconde la soluzione del caso; che non si scoraggia nel trovarsi quotidianamente al centro di problematiche complesse da risolvere; che, infine, ma non per ultimo, sia attento agli aspetti psico-sociali e affettivi del paziente.
Bisogna diffondere la cultura che evita la frammentazione dell’uomo, uno scempio a cui si assiste per routin nella pratica medica quotidiana ed a cui dobbiamo opporci con maggiore vigore, proprio nell’interesse dei malati.
L’avanzata tecnologia, se non gestita bene, può contribuire a peggiorare il rapporto Medico-Paziente, rendendo la Medicina sempre più disumanizzata e disumanizzante.
Ci chiediamo quale sia il giusto rapporto tra Medico e Paziente?! Forse questa immagine, presa in prestito dal Dott. Sgambato, lo rappresenta. L’uomo sofferente, posto al centro della scena della Vita da un nuovo Umanesimo, viene ricomposto nei suoi molti frammenti e avvolto amorevolmente dalle delicate attenzioni del Medico, in un magico rapporto di equilibrio tra la capacità di ascolto competente ed umanizzato che noi, vecchi medici, chiamiamo anamnesi e che è rappresentato dagli auricolari, e la visita clinica fatta anche con la tecnologia più moderna e sofisticata raffigurata dalla chiocciola.
Questo novello uomo viene cullato in un dolce mare di pace e di serenità.
La decadenza attuale
Oggi più che mai è necessario che il Medico sappia guardare nell’animo dei suoi pazienti, oltre che nel corpo (sono tante ormai le patologie da somatizzazione) e che sappia sfruttare, con intelligenza e saggezza, tutte le meraviglie della tecnologia moderna.
Come già sosteneva l’Umanesimo, ma prima ancora Platone, l’uomo, nel suo microcosmo, riassume il macrocosmo: in una mirabile proporzione è la miniatura dell’Universo.
Oggi viviamo sicuramente in un’epoca di decadenza perché sempre più immanente è il culto del mercato e della tecnologia, al cui altare vengono sacrificati i concetti di persona e di rispetto dell’integrità dell’uomo.
Al centro dell’universo non è più l’uomo, ma l’euro, il dollaro, lo Yen, il mercato, il profitto, la produttività, la pseudo-efficienza, asservita non al miglioramento delle condizioni umane, ma al maggior utile ricavabile dallo sfruttamento della persona nella sua qualità di cliente, dipendente, subalterno e, perché no, di malato.
Oggi è l’egoismo individuale che, purtroppo, tende a predominare e all’interno dell’organizzazione l’uomo non viene considerato altro che una variabile ininfluente o che conta sempre meno.
Questo modus vivendi, accettato, pubblicizzato ed incentivato anche dai media, non può che produrre un individualismo esasperato, sino all’egoismo imperante, che inevitabilmente porta allo strapotere del più forte e di conseguenza alla demotivazione o al conflitto sociale.
In tutta questa decadenza di valori è naturale che a farne le spese siano le fasce più deboli o quelle che non sono in grado di partecipare alla contesa. Naturale, quindi, che chi non è in grado di produrre venga visto come un peso per la società, il gruppo, l’azienda e purtroppo, sempre più spesso, anche per la famiglia.
È facile quindi che l’anziano, il disabile, il malato vengano emarginati o subiscano vere e proprie prepotenze da parte dei pseudo-sani, che hanno ancora piccoli spazi di potere. E ciò non scandalizza coloro che sono stati allevati in una dimensione in cui regna in modo assoluto l’economia, in cui gli “dei” da adorare sono il mercato ed il profitto.
La logica del mercato e la logica del profitto sono applicate senza vergogna anche in ambito sanitario, nei confronti di altri uomini non diversi dai medici se non in quanto provati dalla malattia.
Prima del profitto: l’uomo
Il contatto quotidiano con le infermità dovrebbe farci da maestro di vita e farci cogliere i veri valori dell’esistenza. Il contatto ravvicinato con il mistero della morte dovrebbe richiamare continuamente alla mente o almeno non farci dimenticare la relatività del nostro essere uomini, la fragilità della nostra condizione umana, la caducità delle cose, del potere, della fama, della ricchezza, della vita. Ma ciò non avviene se non allorquando siamo toccati dalla malattia nella nostra persona o in quella dei nostri famigliari.
Ci chiediamo: quale fine farà la Umanizzazione in questo mondo tecnologico che guarda unicamente all’economia?
La centralità della persona umana nei servizi socio-sanitari è messa pesantemente in discussione, perché molti, siano essi laici o religiosi, non credono più in essa. Le riforme vengono fatte per gli amministrativi, i politici, i sindacati, per gli operatori sanitari e, per ultimo, per il malato.
La sanità è una cosa seria! Non può essere lasciata nelle mani dei managers: i medici sono stati emarginati e sottoposti interamente al potere amministrativo. Tutto questo, oltre che ai medici, nuoce soprattutto ai pazienti.
Anche il malato ha la sua colpa perché «la professione medica è assimilata alle scienze esatte e gli eventi avversi non prevedibili vengono fatti risalire alla cattiva volontà del medico. Ma la medicina non e’ una scienza esatta».
I sanitari chiedono di non essere criminalizzati.
In ospedale vanno molte più persone che in parrocchia, e per taluni è l’ospedale il vero tempio. Non tutti gli uomini e non tutti i malati vanno in chiesa, ma tutti gli uomini e tutti i malati, prima o poi, vanno in ospedale.
Prima del profitto: l’uomo.
La massima attenzione negli ospedali non deve essere finalizzata al maggior profitto derivabile, ma alla migliore qualità possibile; bisogna investire in umanità. Poi in tecnologia. La salute non è un prodotto, il malato non è un cliente e la sanità deve essere fuori dal mercato.
Tutti i responsabili della sanità devono avere un momento di riflessione e decidere di fare un passo indietro, ponendosi come obbiettivo non il profitto, ma il rispetto della persona umana.
Il ruolo del medico
Abbiamo bisogno, quindi, tutti noi, di fermarci un attimo a riconsiderare il grande valore del nostro ruolo e la responsabilità del nostro operare. Sicuramente riscopriremo la bellezza della nostra professione. È indispensabile, e non più rinviabile, ricreare quell’atmosfera di rispetto intorno alla figura del medico e della medicina, non nell’interesse di noi operatori del settore, ma solo di coloro che devono usufruirne: i malati.
Quella nonnina ricoverata da troppi giorni, frattura di femore, insufficienza cardiaca, diabete, piaghe da decubito ed altro, per gli addetti all’amministrazione può essere un costo, per noi deve essere un valore da salvaguardare. È vero che, spesso, la indichiamo con il numero di stanza o con la patologia, “la signora della frattura”, ma è anche vero che spesso ci fermiamo a parlare con lei, arricchendoci dei suoi ricordi e della sua forza d’animo, e, uscendo dalla stanza, ci incontriamo con i figli, i nipoti, con i suoi affetti, per i quali quello che conta è la sua sopravvivenza e quando riusciremo a metterla in piedi, perché non può mancare al matrimonio della nipotina, che tra l’altro porta il suo nome. Tocca a noi amalgamare gli aspetti scientifici con quelli etici ed economici, pur sapendo che la ricerca del perfetto equilibrio è un’opera difficilissima. Non deve accadere che si abbia un sopravvento delle nozioni amministrative/gestionali su quelle scientifiche /umanitarie.
La massima attenzione, nel processo produttivo delle prestazioni sanitarie, non deve essere rivolta al profitto derivabile, ma alla migliore qualità possibile. L’obiettivo principe deve essere la qualità del prodotto e non il profitto. Se ci sarà una buona qualità, ci sarà poi anche un profitto, ma comunque questo è l’aspetto che dobbiamo lasciare agli amministrativi.
Vediamo come il medico può conciliare questi aspetti, scientifici, etici, economici, tutti sacrosanti. Certo l’aspetto economico ha una notevole importanza, ma non può diventare prioritario rispetto al principio etico di base che è la difesa della vita.
Al medico responsabile spetta il compito di utilizzare con il massimo raziocinio le risorse, agendo in maniera coscienziosa e facendo attenzione ad evitare gli sprechi. Tutto ciò può e deve essere costantemente migliorato, corretto in base a programmi, di continua verifica e revisione della qualità, volti a sottolineare la differenza tra ciò che si fa e ciò che si dovrebbe fare.
Allora il personale medico e non medico deve prendere una decisione cruciale quando si trova di fronte al grande bivio: «Medicina basata sul denaro» o «medicina basata sull’uomo». A questo punto tutti i medici, ma non solo essi, devono guardarsi allo specchio ed ogni volta che si accingono a lavorare devono farsi un sereno esame di coscienza e chiedersi da che parte vogliono andare.
La strada della medicina basata sul denaro è fallimentare e non approda a nulla di stabile. La strada maestra, invece, è quella basata sull’uomo e deve essere percorsa con la convinzione di difendere la vita. Questa è la strada che fa riconquistare la fiducia perduta, non solo all’opinione pubblica, ma anche a noi stessi. Solo lungo questa strada maestra recupereremo il senso della nostra dignità. E sono convinto che questo bivio non riguarda solo i Medici, ma tutto il genere umano, che oggi, sempre più, è spinto sulla illusoria strada dell’utilitarismo.
A chi avesse proprio l’idea fissa del denaro e temesse di vivere, poi, di rimpianti, noi possiamo assicurare che questa strada sarà forse più lunga, ma ugualmente ricca di soddisfazioni e certamente più dignitosa e sarà disseminata della stima di chi gli riconoscerà, senza invidia e senza maldicenza, i meriti e anche il successo professionale.
Per ottenere questa visione umanistica della vita e della Medicina, lo Stato, la Società, la Famiglia, la Scuola, l’Università devono investire in Umanità ed in Cultura.
Sembra invece che stia emergendo una generazione di medici attenti più agli aspetti economici che a quelli scientifici. “Aziendalizzazione”, “managerialità”, “budget” sono diventate parole magiche ed esprimono concetti che prediligono le tecniche del risparmio, in cui la qualità è diventata un optional. Il verbo imperante è «risparmiare», a tutti i costi, anche quando ciò non risponde a principi etici. Nel settore della Sanità non può essere enfatizzato il contenimento dei costi, ma bisogna tendere alla eliminazione degli sprechi. In questo settore sono in aumento costi non “sanitari”. All’interno degli ospedali crescono gli apparati burocratico-amministrativi, che si autofinanziano e si espandono senza controllo. E questo, non solo in Italia.
Il medico ideale
Quali caratteristiche deve avere dunque il medico “ideale”?
Deve avere l’orgoglio della pluridisciplinarietà senza il pregiudizio della specialistica.
Deve prendere decisioni sulla salute e sulla vita.
Deve sapersi sedere sul lettino, accanto al malato. Deve procedere dall’anamnesi all’esame obiettivo e, solo dopo, riscontrare le analisi, le radiografie, i referti. Deve occuparsi del paziente e non solo del pancreas, della milza, del fegato.
Deve “visitare” i suoi pazienti, saper ancora sollevare le coperte per guardare anche le estremità inferiori, senza limitarsi a prescrivere TAC ed RMN e a leggere i relativi risultati.
Non deve accontentarsi della diagnosi fatta da altri, e non certo per svalutare la professionalità del Collega, ma avere lo spirito investigativo dello scienziato, che, applica la metodologia scientifica alla rivisitazione clinica.
Non deve essere un teorico, ma deve coltivare il gusto del concreto, della diagnosi che si articola sui fatti e non sull’arzigogolare astratto.
Non deve limitarsi a prescrivere indagini a tappeto, ma soffermarsi a ragionare su indagini mirate seguendo un filo logico, una consequenzialità, una razionale invasività.
Non deve essere terapeuta ad ampio spettro, ma deve interrogarsi su cosa curare e cosa tralasciare, individuando le priorità, la convenienza; prevedendo l’interazione dei farmaci inevitabilmente prescritti, la tollerabilità, le conseguenze, gli effetti collaterali, i rischi.
Non deve essere il compilatore di medie statistiche, ma colui che cura un paziente, che è unico, irripetibile e che è in divenire. Non deve aver paura di confrontarsi, di consultarsi, di chiedere il parere di altri esperti dinanzi a problemi complessi e non risolvibili. Non deve accontentarsi delle proprie conoscenze, né perdere il gusto della ricerca, sempre per migliorare l’esistenza dei propri pazienti.
Suo astro deve essere il metodo scientifico, ma senza lasciarsi abbagliare troppo dai trials e dai lavori in doppio cieco. Questi autori spesso devono conquistarsi il principio della beneficialità. Gli Autori, cosiddetti autorevoli, quando incominciano a pubblicare troppo, ad essere troppo presenzialisti, devono essere messi in discussione, perché quando metteranno in pratica il frutto del loro lavoro? Volando in aereo da un congresso all’altro?
Il medico “ideale” non deve seguire le sollecitazioni farmaceutiche di moda, né assecondare bisogni inesistenti o richieste inutili.
Deve essere prudente, gentile, aperto al dialogo, capace di parlare ma soprattutto di ascolto.
Non deve essere ermetico, ma capace di spiegare cose difficili con parole semplici, di far comprendere al malato il problema che l’affligge.
Deve saper ammettere i propri limiti; essere calmo, paziente, pronto al riprendere se necessario, ma con garbo e senza atteggiamenti autoritari o genitoriali.
Non deve essere catastrofico, provocare ansie, ma onesto, sincero, prodigo dispensatore di incoraggiamenti e di speranza. Anche se di fronte a pazienti portatore di mali irreversibili, non deve mai emettere sentenze o fissare scadenze di morte, perché l’esperienza insegna, al riguardo, che non si possono dire, con supponenza scientifica, cose che ancora nessuno sa con precisione.
Deve osservare inoltre un altro precetto molto importante: prima di comunicare un dato al paziente, deve porsi la domanda su quanta percentuale di certezza dispone. Enunciare la verità non sempre è un atto di onestà scientifica ed umana. Spesso è solo segno di egoismo mirante ad evitare qualsiasi successiva complicazione.
Deve essere riservato, rispettoso della privacy altrui. Non deve mai parlar male dei Colleghi, creando sconcerto e sfiducia in chi ascolta.
Un bisogno di fede
Non deve imporre il suo credo. Il medico può anche non essere religioso, ma non può lasciare almeno uno spiraglio alla speranza, di cui l’uomo ha bisogno come dell’aria.
Mi piace, in questo contesto, citare il cardinale Angelini, il quale afferma: Tutte le umane discipline debbono unirsi nella lotta al dolore, alla malattia; di fronte al dolore non eliminabile, si deve offrire, attraverso la fede, la via della valorizzazione della sofferenza. Nessuno come l’operatore sanitario, a tutti i livelli, conosce e sperimenta i limiti della scienza nel combattere il dolore quando esso coinvolge non soltanto il fisico, ma anche la psiche e lo spirito.
L’esperienza ospedaliera insegna che la fede, anzi il dono della fede, è di grande aiuto nell’affrontare la sofferenza. Tale esperienza, tuttavia, dimostra pure che, a sua volta, la sofferenza si trasforma molto spesso in una via alla fede, alla scoperta della sua bellezza e ricchezza. La fede abbracciata dal malato non credente o un tempo dallo stesso disattesa e trascurata, non è una resa, come possono sostenere soltanto coloro che non hanno esperienza di malati. È una conquista che può anche apparire inspiegabile, ma che ha effetti a tal punto manifesti, da trasformarla in evento del tutto credibile.
Penso che senza la fede e la forza che da essa discende, il traguardo di avere, tra l’altro, degli Ospedali senza dolore resti inevitabilmente un’utopia. Senza la fede, non tutti, non ovunque, non sempre, avranno la forza di impegnarsi con generosità, dedizione e disinteresse in questa missione, i cui risvolti possono anche prestarsi a strumentalizzazione e speculazione.
Infine, il medico non deve aver paura di veder morire il paziente: È giusto che non si allontani, che gli rimanga vicino.
Potrebbe sembrare non facile trovare medici con le predette caratteristiche, invece ce ne sono, molti di più di quanto possa apparire a prima vista. Sarebbe bello se fossero la maggior parte così.
Conclusione
Il cardinale Carlo Maria Martini diceva: La salute non è un prodotto, il malato non è un cliente e la sanità è fuori dal mercato.
Da parte sua la scienza medica non può scindere l’uomo nei suoi vari componenti o nei suoi organi o addirittura in sub-unità organiche, ma deve vederlo nella sua globalità, fatta di organi, ma anche di psiche, di pensiero, di anima, di sentimenti.
La scienza medica, pur trovandosi nell’era del genoma, nell’era delle cellule staminali totipotenti, nell’era degli studi molecolari, ha bisogno, poi, della filosofia e della fede.
La medicina, oggi più che mai, non può sottrarsi ad un ripensamento della propria antropologia di riferimento, per cui, con rinnovato coraggio, deve imporsi una riflessione morale ed etica sulla centralità dell’uomo e dell’uomo persona. Solo così il medico riesce ad essere consapevole di avere di fronte a sé una persona umana, una complessa e sempre individuale realtà di corpo e di psiche che le tecnologie biomediche contemporanee sovente annullano o semplificano ad una sommatoria di organi e di apparati.
Noi che lavoriamo nel campo medico, ma credo anche parecchi osservatori attenti, vediamo la medicina come l’immagine ben nota a tutti: la grande nave e la piccola bussola. La medicina moderna sembra somigliare ad una nave di enormi dimensioni, come può essere un transatlantico, una “Queen” dotata di attrezzature sempre più sofisticate, che ha la presunzione di dare risposte a tutto e a tutti, ma che incontra sorprendentemente crescenti difficoltà nel rendere ragione della direzione verso cui sta andando, se non interviene quel suo fine ultimo che è l’uomo nella sua interezza. E tutto ciò senza la fede non ha senso.
La scienza e la tecnica, oggi, si pongono nella prospettiva dell’utile, ma non debbono sottrarsi alle loro responsabilità morali.
L’etica si pone nella prospettiva del buono. Vivendo soltanto ed unicamente nella scienza e nella tecnica, si perde di vista l’etica e scompare la fede, che si colloca nella prospettiva della speranza.
Trovare una fede nella sofferenza è spesso un piccolo miracolo per vivere, comunque, nella sofferenza, una vita dignitosa.
Nella nostra epoca, purtroppo, i due punti di vista possono non coincidere o addirittura essere in contrapposizione tra loro, per cui ciò che è scientificamente possibile, non sempre coincide con il moralmente buono.
La persona umana non può essere subordinata all’interesse della scienza e della società né può trovare una spiegazione a tutto ciò che accade attorno ad essa o in essa.
Il male non è fatto per essere capito, ma per essere combattuto. Cristo ci ha insegnato a pregare e a chiedere di essere liberati dal male: «Padre nostro che sei nei cieli… liberaci dal male», da tutti i mali.
Il mondo oggi è disorientato, è inquieto. Gli uomini mancano di giustizia e di amore, ma forse mancano ancora di più di fede, di significato. Attualmente c’è un’intelligenza, un progresso crescente sul piano dei mezzi e una sensazione di assurdo sul piano dei fini. La crisi presente, è una crisi di civiltà. Ciò che caratterizza questa crisi di civiltà è lo scarto tra il crescente dominio dell’uomo sull’insieme dei mezzi, tecnici, economici, politici, etc. ed un’assenza sempre più avvertita di scopi umani.
Il nostro essere qui insieme, in questa riunione, è dettato dall’amore, dall’amore verso la nostra professione, verso i nostri malati, da quell’«Amore che muove il sole e le altre stelle», come dice Dante chiudendo la Divina Commedia, anche perché come afferma Madre Teresa di Calcutta: «Alla fine della nostra vita non saremo giudicati sulla quantità del lavoro che avremo fatto, ma sulla qualità dell’amore che avremo messo nel nostro lavoro».
San Pio da Pietrelcina raccomandava ai medici: «Al letto del malato portate l’amore. Varrà più di qualunque altra medicina». Quale grande verità!
Spetta a tutti noi, a ciascuno di noi, a tutti coloro, e non sono pochi, che credono nei valori morali, che credono negli insegnamenti del Cristo e che sono pronti a donare amore, modificare atteggiamenti e comportamenti diversi, per indirizzarli al bene dell’umanità.
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La pillola per gli…….. infermieri
ESSERE INFERMIERI
“L’assistenza è un’arte; e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale ed una dura preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore; con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano il tempio dello spirito di Dio. È una delle Belle Arti.Anzi, la più bella delle Arti Belle.”( Florence Nightingale)
Mi sia consentito concludere recitando una preghiera che ho messo in un quadro nel mio studio:
Signore, ti ringrazio di avermi chiamato al servizio di chi soffre. Fa che io riesca ogni volta ad essere degno della sofferenza di chi si affida a me.
Spesso non sono disponibile al dolore dei pazienti, perché prigioniero dei miei crucci personali. Talvolta, mi disturbano perfino problemi di guadagno, di carriera e di prestigio, mentre dovrei accorrere semplicemente presso chi mi chiama, chiunque esso sia, ricordandomi che sei tu stesso che hai bisogno di me.
Che io trovi, Signore, in questa convinzione, la necessaria carica per rispondere giorno per giorno, con altruismo e coraggio alla tua chiamata.
Dona al mio linguaggio l’efficacia del tuo conforto; dammi le tue maniere di dolcezza e di buona educazione. Dettami spunti felici di fede e di amore per te, sì da convincere il paziente dell’incredibile capacità di bene e di salvezza che il dolore nasconde in se stesso.
Donami, finalmente, Signore, chiarezza e rapidità nelle diagnosi, nella vigile coscienza dei miei limiti e nella solerte volontà di approfondire la mia preparazione. Elimina da me velleità di azzardo o di eccessiva sperimentazione. Che soprattutto, Signore, non sciupi con un freddo tecnicismo, nel paziente che mi hai affidato, l’azione di grazia che tu vi stai operando.
Dr. Pietro G. Violi
Alle origini del sollievo della sofferenza
luglio 29, 2009 by Dr. Pietro Gerardo Violi
Categoria Casa Sollievo della Sofferenza
Introduzione
Il desiderio di Padre Pio di alleviare la sofferenza umana ha avuto una pratica attuazione, il 5 maggio 1956, con l’inaugurazione dell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”. Ma esso è molto antico: risale agli anni della prima giovinezza del Padre Santo. L’autore, che ha svolto la professione medica per tantissimi anni presso lo stesso ospedale, prova questo asserto, esaminando alcuni episodi dell’infanzia di Francesco Forgione (il nostro Padre Pio) e vari componimenti scolastici, da lui svolti nel 1902, quando aveva ancora soltanto 15 anni. In un tema Francesco si immedesima in un ragazzo, che dona mezza lira ad un meschino. In un altro regala una moneta ad un povero giovinetto, per fargli comperare il pane e le medicine per la mamma ammalata. In un terzo si pone addirittura a capo di un gruppo per raccogliere fondi a favore di una povera bimba rimasta orfana. Nell’ultimo componimento, preso in esame, Francesco l’opera caritativa svolta in un ospedale da suore e sacerdoti. Sembra la descrizione anticipata del suo ospedale, inaugurato il 5 maggio 1956.
The origins of the relieve of suffering
Padre Pi’s desired to rilieve human suffering came true, on 5th May 1956, with the opening of the Hospital “The Home for the relief of Suffering”. This was a very ancient desire: it began when Padre Pio was young. The author feels this assertion, looking at some episodes of Francesco Forgione’s (our Padre Pio) childhood and some of the essays he wrote when he was at school, in 1902, when he was only fifteen. In one of his compositions Francesco describes himself as a boy who gives half a penny to a miserable man. In another one he gives a coin to poor child, to allow him to buy some bread and medicines for his unhealthy mother. In a third one he places himself as the leader of a group of people collecting money for a poor little orphan. In the last writing, analysed, Francesco describes the charity shown by some nuns and priests in a hospital. It seems the anticipated description of his hospital, opened on 5th May 1956.
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Non ho la presunzione di scrivere in modo dettagliato del rapporto di Padre Pio con il sollievo della sofferenza. Mi limiterò ad indicare quelle che per me sono le origini del suo desiderio di alleviare le pene dei fratelli, tenendo presente che per lui l’amore per il bisognoso era ed è tuttora una delle molle del suo costante cordiale rapporto con l’umanità.
Quando si parla o si scrive di Padre Pio, è necessario farlo con cognizione di causa, perché è giusto che lo si veda quale veramente è stato e quale veramente è, e non come noi vorremmo che fosse. Bisogna presentare il Padre santo nella sua essenza, conosciuta attraverso i suoi pensieri, chiaramente espressi nella vita e negli scritti.
Visitando e rivisitando i luoghi del piccolo borgo rurale, in cui egli è nato; andando con la mente ai tempi e alle condizioni di vita, in cui e con cui egli è vissuto, si capisce come in lui, prescelto dal signore, sia nato, fin da quando era bambino, il germe del desiderio di aiutare gli altri, di alleviare le sofferenze dei fratelli.
La cognizione di questa missione, affidatagli dal Signore, è andata via via crescendo in lui, man mano che aumentavano le sue conoscenze. Col passare degli anni, egli percepiva sempre più distintamente che la sofferenza e l’indigenza sono elementi dominanti nel mondo.
In quei luoghi, in cui è nato, fra quelle tante pietre, da cui prende origine il nome del suo paese, avvenne quel cammino formativo voluto dal Signore. In quel semplice pastorello si compì il disegno del cielo per il bene dell’umanità e si realizzò un messaggio forte alla chiesa.
Padre Pio stesso ci dice:
«L’ha voluto Gesù ed è avvenuto tutto lì».
Considerando le circostanze della nascita di Padre Pio, non si può non notare due particolari di significativa importanza: il nome, dato a questo bambino, e il nome della chiesuola, in cui egli fu battezzato. Assonanza meravigliosa fra due Francesco: quello di Assisi e quello di Pietrelcina; e assonanza non meno meravigliosa tra due chiesuole, denominate entrambe “Santa Maria degli Angeli”: quella dell’ Umbria, in cui il Poverello visse la sua meravigliosa esperienza spirituale, e quella della Campania, in cui il primo sacerdote stimmatizzato fu incorporato a Cristo.
Il primo suo aiuto, nel sollievo della sofferenza, Francesco Forgione lo diede ai suoi genitori: dapprima al padre, Grazio Maria, e poi alla mamma, Maria “Peppa”. Lavorò nei campi per alleviare le ristrettezze economiche, che poi costrinsero il padre a partire per l’America, in cerca di fortuna per guadagnare qualcosa in più a favore della sua a famiglia cresciuta di numero.
Visitando i luoghi, in cui Padre Pio è cresciuto, ci si rende conto del contrasto notevole esistente tra la sua figura di benefattore dell’umanità e la povertà estrema di quell’ambiente. Nel contempo, però, si apprezza la grandezza di Dio, che scelse quel pastorello per fare arrivare al mondo, a sollievo dei bisogni e delle sofferenze umane, immense ricchezze, da lui neanche toccate.
Abbiamo detto che Padre Pio fu prescelto dal Signore per alleviare le sofferenze, spirituali e materiali dell’umanità.
Una prova dell’adempimento di questa sua missione risale al 1896, quando egli aveva nove anni. Andato col papà ad Altavilla Irpina, in pellegrinaggio, al santuario di san Pellegrino, assistette ad una scena straziante: accanto a lui c’era una povera madre, che aveva tra le braccia il figlioletto deforme. Quella madre sconsolata piangeva a calde lacrime e pregava san Pellegrino per ottenere la grazia della guarigione della sua creatura.
Raccontando l’episodio, Padre Pio era solito dire:
«Mi immedesimai nel dolore di quella donna e unii lei mie preghiere alle sue».
La grazia fu ottenuta.
Era uno dei primi germi di quel seme del «sollievo della Sofferenza», dal quale nascerà un bosco immenso di piante, alla cui ombra si ripareranno migliaia, milioni, di anime. Era una delle prime gocce di quella sorgente meravigliosa, dalla quale sgorgheranno sorgenti d’acque fresche, che disseteranno innumerevoli persone e famiglie, arrecando loro conforto e sollievo.
A nove anni, dunque, era già forte in lui, il desiderio di sollevare le altrui sofferenze. Una attenta lettura dei suoi scritti giovanili ci conferma questa constatazione e ci indica la misura, secondo la quale quel desiderio cresceva e si rafforzava.
A quell’epoca, cioè all’età di nove anni, Francesco non aveva frequentato la scuola pubblica, ma, come accadeva spesso a quei tempi, era andato da un contadino, un po’ più istruito degli altri, il quale, la sera, vicino al focolare, gli insegnava a leggere e a scrivere. Il metodo di quel “maestro” era quanto mai primitivo e rudimentale.
Sembra che un “pettanacanne”, un certo Mandato Saginario, abbia insegnato a lui ed ai bambini di Pietrelcina i primi rudimenti scolastici.
Ma Francesco voleva farsi «monaco con la barba», Per attuare il suo desiderio doveva raggiungere i quindici anni di età e aver compiuto gli studi ginnasiali. Era necessario, quindi, affidarlo ad un vero maestro, che lo preparasse adeguatamente al suo futuro genere di vita.
A questo punto compare alla sua guida un maestro all’altezza della situazione, Domenico Tizzani, il quale, però, viveva in una situazione morale inaccettabile: “prete spogliato”, conviveva con una donna, che gli aveva dato una figlia. L’incontro con Francesco rappresentò lo scontro di due idee diverse, di due modi antitetici di vivere la propria esistenza.
Il piccolo Francesco passava la sua giornata fra casa e scuola, campagna e chiesa. Correva a servire messa e si terrorizzava, quando sentiva bestemmiare. Intanto continuava a ripetere, a fra’ Camillo e al padre Grazio, che, come detto, voleva farsi “monaco con la barba”.
Francesco non poteva contrastare l’uomo Tizzani. Ricorse, perciò, ad uno stratagemma. Forse per farsi togliere da lui, smise di studiare o almeno non era pronto a rispondere alle domande del maestro. Perciò Domenico Tizzani ne informò mamma Peppa, dissuadendola dal mandare il figlio a scuola. Sarebbe stato più opportuno spedirlo nei campi a guardare le pecore anziché continuare a farlo studiare.
Il papà Grazio era partito per l’America per mantenere Francesco agli studi. Perciò tutta la responsabilità cadeva sulla mamma, la quale, in verità, non era convinta di ciò che Domenico Tizzani sosteneva. Tuttavia tolse il figlio dalla sua guida e gli cercò un nuovo insegnante: Angelo Càccavo.
In un primo momento, per vari motivi, il maestro Caccavo oppose un rifiuto; ma poi, dietro le insistenze della famiglia Orlando, in modo particolare di Giulio, suo cognato, cedette ed accettò Francesco come scolaro. Era l’anno 1901, quando il giovane Forgione aveva quattordici anni.
La situazione si normalizzò. L’apprendiamo da una lettera dello stesso Francesco, scritta, il 5 ottobre 1901, al padre ancora in America:
«Da che mi trovo sotto la guida del nuovo maestro, mi accorgo di progredire di giorno in giorno per cui siamo contentissimi tanto io che la mamma».1
Di questo maestro Padre Pio ebbe sempre un sincero ed affettuoso ricordo. Da parte sua il maestro Caccavo ricambiò il Padre di eguale affetto e più volte venne a San Giovanni Rotondo per vederlo e intrattenersi a colloquio con lui. Una lettera di Padre Pio dell’11 maggio 1919 lo conferma: «
Carissimo signor maestro….., io vi ricordo sempre nelle mie deboli preghiere… . Mi stimerei felicissimo, se potessi rivedervi, riabbracciarvi per l’ultima volta qui».
È un invito di Padre Pio ad incontrarlo a San Giovanni Rotondo. Conclude la lettera:
«Vi abbraccio di cuore, pregando che la divina grazia vi preservi e vi sostenga»2.
L’idea di aiutare praticamente i bisognosi e i sofferenti era ben chiara e manifesta in Francesco, fin dalla sua fanciullezza. Lo si evince dallo svolgimento delle tracce dei temi del 1902, quando egli aveva appena quindici anni.
I primi componimenti giunti fino a noi sono di questo periodo.
La raccolta, curata dal padre Gerardo Di Flumeri3, si apre con un componimento, che riguarda l’importanza dello studio e della conoscenza della sapienza, e che Francesco svolse alla scuola del maestro Càccavo.
Si legge in quel componimento, pervenutoci senza traccia:
«[……] La sapienza è quella che dà vita alla ricchezza. Studia e pensa pure che questa un giorno o l’altro potrebbe anche sfumare, mentre la sapienza rimane sempre ed accompagna l’uomo sino alla tomba, e dopo ancora.
Perciò, figlio mio, studia […..]»4
E’ un invito a sé stesso, che lo ha accompagnato per tutta la vita. Si rileva dal penultimo paragrafo dello stesso tema, che dice:
« [….] procura poi di non dovere più dispiacere alla tua buona genitrice»5.
Sembra un ricordo del periodo di insegnamento del maestro Domenico Tizzani.
Quel che colpisce la nostra mente, nel leggere i componimenti scolastici di questo periodo, è l’animo di Francesco. Quando descrive la sofferenza, si immedesima talmente in essa da provare forte dolore e s’impegna a voler trovare, ad ogni costo, un mezzo per alleviarla. Ripetiamo che tali componimenti risalgono al 1902, quando Francesco aveva quindici anni e frequentava il primo anno di scuola col maestro Càccavo.
Ma vediamo come in essi l’idea del sollievo della sofferenza si manifesti e si sviluppi.
Molti la fanno risalire ad altri periodi della sua vita. Così il citato Padre Gerardo Di Flumeri, il quale addita nel 26 marzo 1914 l’origine dell’idea dell’Ospedale «Casa Sollievo della Sofferenza»6. Infatti in una lettera scritta in quella data e indirizzata a padre Benedetto, suo primo direttore spirituale, Padre Pio scrive:
«Nel fondo di quest’anima parmi che Iddio vi ha versato molte grazie rispetto alla compassione delle altrui miserie, singolarmente in rispetto dei poveri bisognosi. La grandissima compassione che sente l’anima alla vista di un povero le fa nascere nel suo proprio centro un veementissimo desiderio di soccorrerlo, e se guardassi alla mia volontà mi spingerebbe a spogliarmi per rivestirlo.
Se so poi che una persona è afflitta, sia nell’anima che nel corpo, che non farei presso il Signore per vederla libera dai suoi mali? Volentieri mi addosserei pur di vederla andar salva, tutte le sue afflizioni, cedendo in suo favore i frutti di tale sofferenze, se il Signore me lo permettesse»7.
Sembra che queste parole riecheggino lo svolgimento di un tema scritto nel 1902, e di cui, forse, nel 1914, Padre Pio aveva perso il ricordo, ma non l’idea, che gli era rimasta ben fissa nella mente.
In quel tema, la cui traccia suona così:
«Descrivete il tugurio di un mendico», Francesco, con la sua attenta osservazione, descrive particolari interessanti, che certamente avevano toccato la sua sensibilità.
«Il tugurio sembrava proprio una grotta. Il pavimento era tutto scavato; le quattro pareti tutte nere dal fumo, e ad una di esse stavano sospesi un piccolo tegame, un treppiedi ed una zucca con sale»(( Lavori scolastici, 65.)).
La descrizione continua:
«In un cantuccio c’era un po’ di paglia, il giaciglio[….] Ad un altro angolo vi era una piccola cassa, senza coperchio, che gli serviva per conservarvi il pane, […]»8.
La conclusione? – Eccola:
«L’aspetto di tale bugigattolo mi addolorò tanto che, presa una mezza lira, che avevo in tasca, la diedi al meschino»9.
In Francesco c’era già il seme del sollievo della sofferenza, ma qui, in questo componimento, quel seme comincia a concretizzarsi e quasi a prendere corpo.
Intenzionalmente non abbiamo voluto commentare il suo scritto, del quale non ci siamo permessi di alterare neppure una virgola. Ci siamo limitati a riportarlo integralmente.
Ma di quel periodo vi sono altri componimenti, che confermano e rafforzano questo nostro convincimento. Essi fanno riferimento anche a medici e medicine. Così il tema, dalla traccia significativa «Chi benefizio fa, benefizio aspetti»10, racconta di un ragazzo che, «Promosso agli esami», aveva ottenuto dal padre dei soldi per regalo. Uscito a comprare un balocco, che gli piaceva molto, per strada incontrò «un ragazzo scalzo, lacero nei panni e pallido in viso, che piangeva». «Che hai?», Gli domandò. Il ragazzo, piangendo, rispose:
« Ho la madre ammalata da parecchi mesi, ho fame, freddo e non ho come procurarle le medicine».
Giovannino, il protagonista del componimento, «mosso a compassione, presa la moneta che aveva in tasca e gliela diede dicendo:
« Vá a comprare il pane e le medicine; perché io posso fare a meno del balocco che volevo comprare »11.
Nel tema n. 10 del 18 agosto 1902, ancora più appassionato ed accorato diventa l’impegno per aiutare chi soffre. La sua descrizione e il modo come quell’impegno è proposto ci danno l’impressione che anche noi siamo partecipi dell’azione e della sofferenza.
Il tema porta la seguente traccia:
«Povera bimba! Fate nota la sua disgrazia ad un vostro amico»12 e racconta di una ragazza che, dopo aver perso il padre per una lunga malattia, perdette anche la mamma, gravemente ammalata da molto tempo.
L’impegno della famiglia fu notevole: «Vendettero le loro poche masserizie».
Francesco Forgione non rimase inerte e passò subito all’azione. Come? – Scrive:
«Io ed altri amici, per aiutarla, ci siamo posti a capo di una colletta, per rendere meno amara l’esistenza dell’infelice»13.
Forse il clou di questo suo pensiero Francesco lo raggiunge nel tema 23, la cui traccia suona così: «Scena straziante»14. La scena è ambientata in un ospedale. Francesco, il futuro Padre Pio, scrive:
«Saliti al primo piano, entrammo in una stanza dov’era una fila di letti per bambini, assistiti da una suora di carità, che, in quel momento, accarezzava uno di loro, il quale piangeva; e per farlo acchetare, gli dava dei balocchi».
Poi continua:
«Oh quanto sono buone ed amorose quelle suore! Esse amano i bambini come se fossero loro figli, e i vecchi loro fratelli e sorelle».
Sembra di vedere l’attuale ospedale di Padre Pio.
Lo svolgimento del componimento continua dicendo che vicino ad un ammalato grave vi era «un’altra suora ed un vecchio sacerdote» per infondere coraggio e rassegnazione. «La povera suora sentivasi spezzare il cuore… , perché lo stato dell’ammalato era disperato».
L’ammalato muore. Francesco Forgione, il futuro Padre Pio, così conclude:
«Chi può immaginare il dolore che provai a quella scena? Per due giorni non mi fece cuore di mangiare, tanto ero rimasto scosso a quella vista straziante»15.
***
Padre Pio si trova di fronte al mistero del dolore, incomprensibile per la mente umana. Mistero assurdo!
Per lui, però, che era entrato nel Trascendente, il mistero non era né incomprensibile e né assurdo.
Nella luce soprannaturale della fede, Padre Pio:
dava un significato alla sofferenza;
l’accettava perché ne aveva capito il senso.
La nobilissima idea per il sollievo della sofferenza dell’umanità, nata in lui fin dall’infanzia, si concretizzò il 9 gennaio 1940, quando, ai dottori Mario Sanvico e Carlo Kiswarday, manifestò il suo pensiero di voler erigere un’opera ospedaliera. Senza non molte difficoltà, passò all’atto pratico, il 19 maggio 1947, quando iniziarono i lavori per la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza. Il 5 maggio 1956, il cardinale Lercaro benediceva e inaugurava l’opera.
Ci piace ricordare le parole dette da Padre Pio ai medici, il giorno seguente l’inaugurazione del suo ospedale:
«Voi avete la missione di curare il malato; ma se al letto del malato non portate l’amore, non credo che i farmaci servano molto. Portate Dio ai malati: varrà di più di qualsiasi altra cura. Nel malato voi curate Cristo; nel malato povero voi curate Cristo due volte! ».
Per il sollievo della sofferenza, oltre i Gruppi di preghiera e la Casa Sollievo della Sofferenza, ci sono altre numerose opere.
Tutte hanno Lui come autore e promotore.
Pietro Gerardo Violi Medico chirurgo IIRCCS Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza- Epist. IV, 934 [↩]
- Ibidem, p.702 [↩]
- Lavori scolastici. [↩]
- Ibidem, 63 [↩]
- Ibidem. [↩]
- G. DI FLUMERI, Il beato Padre Pio da Pietrelcina, Edizioni “Padre Pio da Pietrelcina”, San Giovanni Rotondo 2001, p. 313 [↩]
- – Epist. I, 462 – 463 [↩]
- Ibidem [↩]
- Ibidem [↩]
- Ibidem, 70 – 71. [↩]
- Ibidem, 71. [↩]
- Ibidem, 72 – 74 [↩]
- Ibidem, 73 – 74. [↩]
- Ibidem, 89 – 90 [↩]
- Ibidem, 90 [↩]
Parte I – Dall’ospedaletto “San Francesco” alla “Casa Sollievo della Sofferenza”
febbraio 14, 2009 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Casa Sollievo della Sofferenza
Nel primo decennio del XX secolo l’antichissimo ospedale di San Giovanni Rotondo, di cui si ha notizia certa sin dal 1304, aveva cessato di esistere. La chiusura era stata l’epilogo di discordie nate tra gli amministratori del Monte di San Giacomo, che lo gestiva. Seguì per San Giovanni Rotondo un periodo molto difficile dal punto di vista sanitario.
Nel 1917, malgrado l’antichissima vocazione ospedialiera del paese, la Congregazione di Carità , un ente istituzionale di natura assistenziale, bocciò un progetto cdi un semplice pronto soccorso, presentato dal Dr. Leandro Giuva. Questa volta la causa era la cronica carenza di fondi .
Padre Pio, sebbene il convento si trovasse distante dal paese, era sempre al corrente di tutto. Il frate era l’immagine vivente della sofferenza e capiva bene quanto fosse importante un ospedale per San Giovanni Rotondo.
Oltre alle stimmate, altre malattie inspiegabili avevano accompagnato i suoi giorni, prima e dopo la consacrazione sacerdotale. Le sue febbri superavano i 50° centrigradi. I termometri scoppiavano. I medici assistevano sbalorditi l’eccezionale malato e si chiedevano per quanto tempo ancora avrebbe resistito in quelle condizioni fisiche.
Chi, più di lui, poteva capire le necessità del malato che soffre?
Era ancora l’epoca in cui il vaiolo, la tubercolosi, la pellagra, la sepsi e le setticemie mietevano molte vittime, soprattutto tra i poveri. Inoltre la prima guerra mondiale aveva restituito ai loro cari degli uomini distrutti nella mente e nel corpo, talvolta feriti o mutilati. E se malauguratamente un paziente aveva bisogno di un intervento chirurgico, i parenti erano obbligati a trasportarlo con mezzi di fortuna nell’ospedale di Foggia, distante oltre quaranta chilometri, per strade malandate, senza una garanzia che vi sarebbe arrivato vivo.
Se non si avevano possibilità economiche, si aspettava in casa l’arrivo di sorella morte.
Padre Pio era molto dispiaciuto di questa situazione , finchè nel 1921, tramite un apposito comitato, informò la Congregazione di Carità di volerle donare 50.000 lire per erigere un ospedale.
Ma la sua realizzazione fu ostacolata dalle beghe politiche e dalle lotte personali scatenatesi tra i consiglieri della Congregazione circa l’ubicazione da dare all’ospedale.
Dopo due anni finalmente la scelta ricadde sulla sede dell’ex monastero delle suore Clarisse, situata nel centro storico del paese.
Il progetto di ristrutturazione e di ampliamento del monastero fu approvato nel mese di marzo 1923.
A questo punto i membri della Congregazione deliberarono con entusiasmo l’intendimento di chiamare la nuova opera filantropica «Ospedale Civile Padre Pio da Pietrelcina», per dimostrare agli oblatori che i soldi raccolti erano stati «spesi e devoluti per un ospedale, per opera ed intercessione di questo pio fraticello d’Assisi».
Ma il loro desiderio non trovò il benestare di Padre Pio e l’ospedaletto fu intestato a San Francesco d’Assisi.
Inaugurato il 23 aprile 1925, esso si presentava bello, elegante ed attrezzato; aveva una sala operatoria, due corsie e due camerette riservate, con un totale di venti posti letto, sufficienti per le esigenze più urgenti. Si dimostrò di grande utilità per tutte le classi sociali, con brillanti interventi medici e chirurgici.
Con l’andar del tempo la Congregazione di Carità non riuscì più a coprire le spese di manutenzione e di gestione dell’ospedaletto, i cui bisogni si erano moltiplicati a causa delle continue richieste di ammissione gratuita presentate dagli ammalati poveri, per i quali era sorto.
Questi infelici erano abbandonati da tutti in misere stamberghe oppure sulla strada, dove si dolevano della loro misera sorte.
Il concorso economico del Comune, che non nuotava certamente nell’oro, e i contributi degli altri Enti pubblici si rivelarono del tutto inadeguati. Il deficit di gestione costrinse gli amministratori ad effettuare una graduale riduzione dei servizi.
L’ospedale “San Francesco” funzionò fino al 1938. I cronisti riportano che in quell’anno una scossa di terremoto danneggiò gravemente il fabbricato, dando il colpo di grazia alla pia istituzione. Stranamente, però, l’Istituto Nazionale Italiano di Geofisica e Vulcanologia non ha registrato eventi sismici degni di rilievo sul Gargano né nel 1938, né negli anni immediatamente precedenti e successivi.
E’ possibile quindi che le reali cause della chiusura dell’ospedale siano state la penuria di fondi e l’insufficiente impegno di chi ne avrebbe dovuto assicurare il funzionamento.
La chiusura di questa prima creatura di Padre Pio, appena tredici anni dopo l’inaugurazione, lo addolorò profondamente.
Dove sarebbero stati curati ora i poveri del paese? Chi si sarebbe preso cura di loro?
La sua mente cominciò allora ad accarezzare un sogno. Ed eccolo quindi che lancia una nuova sfida.
Gli uomini e gli enti preposti non erano riusciti a mantenere l’ospedaletto? Lui ne avrebbe costruito uno più grande, capace di accogliere anche i malati dei paesi vicini. Questa volta, però, l’avrebbe affidato in gestione a persone affidabili e capaci, anime buone che la Provvidenza gli avrebbe mandato.
Ben presto la “Casa Sollievo della Sofferenza” si sarebbe stagliata, maestosa, tra le rocce garganiche, grazie alla caparbietà di un Santo e alla generosità dei suoi figli spirituali.
Ma in quanto tempo sarebbe riuscito a realizzarlo? E con quali mezzi?
Nel pomeriggio del 9 gennaio 1940 un generoso manipolo di persone costituì una prima commissione per la fondazione di una “clinica” secondo le sue intenzioni. Si trattava di persone fidate, molte delle quali avevano accettato l’invito del padre a stabilirsi a San Giovanni Rotondo
Tra loro c’erano tre pilastri dell’opera: il farmacista Carlo Kisvarday, originario di Zara, il medico Guglielmo Sanguinetti, venuto dal Mugello, e l’agronomo perugino Mario Sanvico.
Il cappuccino approvò con gioia il nuovo organismo e alla presenza di tutta la commissione esclamò:
«Da questa sera ha inizio la mia grande opera terrena».
Continuando a conversare, si soffermò a parlare dell’Amore misericordioso di Dio e dell’energia che l’uomo deve impiegare nell’amare il prossimo. Poi espresse concetti riguardanti i fratelli che soffrono:
«L’uomo che, superato se stesso, si china sulle piaghe del fratello sventurato eleva al Signore la più bella, la più nobile preghiera, fatta di sacrificio, di amore vissuto e realizzato, di dedizione in corpo e in spirito…
In ogni uomo ammalato vi è Gesù che soffre! In ogni povero vi è Gesù che langue! In ogni ammalato povero vi è due volte Gesù che soffre e che langue!… »1
Quella sera il Cappuccino tirò fuori dalla pettorina una monetina d’oro elargitagli da una vecchina sconosciuta e disse di voler essere il primo a fare un’offerta per la clinica. Il suo obolo diede inizio ad una straordinaria catena di solidarietà umana che avrebbe coinvolto poveri e ricchi di tutto il mondo.
Il dr. Kisvarday cominciò ad annotare le offerte su un quaderno.
Il 10 gennaio fu raccolto un capitale di 967 lire, costituito dalle offerte dei membri della commissione e di alcuni fedeli. L’obolo di due lire del povero cieco sangiovannese Pietruccio Cugino, assiduo frequentatore del convento, toccò il cuore di tutti.
Il 14 gennaio 1940 Padre Pio comunicò il nome della clinica: «Sollievo della Sofferenza».
Essa sarebbe sorta vicino al convento, su un terreno donato per metà da una torinese e l’altra metà da una sangiovannese.
Gli inizi furono duri, perché erano consapevoli che occorreva molto più denaro di quello che si riusciva a raccogliere.
Si riuscì a mettere insieme un milione e mezzo di lire. Poi tutto si fermò, a causa della guerra. Per evitare la svalutazione del capitale, gli amministratori acquistarono saggiamente una tenuta agricola in agro di Lucera.
Il 5 ottobre 1946 si costituì la società «Immobiliare Casa Sollievo della Sofferenza S.p.a.» con capitale di un milione, suddiviso in azioni da mille lire, e con espressa rinuncia dei soci ad ogni utile da parte.
Quel giorno Padre Pio assisteva papà Grazio alla santa morte, in casa di Mary Pile. Informato dell’evento, diede il suo benestare.
La posa della prima pietra della clinica avvenne il 16 maggio 1947, con una disponibilità finanziaria complessiva di quattro milioni di lire.
Il terreno prescelto era deserto ed inospitale, buono soltanto per le greggi di pecore e di capre, che si aggiravano tra le rocce in cerca di pregiati ciuffi d’erba.
Una squadra di braccianti locali aggredì la possente roccia garganica con eccezionale vigore . Ben presto le esplosioni dei candelotti di dinamite rompevano il silenzio millenario di quelle contrade.
La distanza dal paese rendeva tutto più difficile. Mancavano l’acqua e le infrastrutture logistiche. Furono quindi installati in loco gli impianti per la lavorazione della pietra e degli altri materiali occorrenti. Ben presto tutto diventò un gran fermento di attività e di voci concitate che impartivano precise istruzioni.
L’idea di costruire un ospedale in quel posto sperduto, con l’esigua somma di quattro milioni di lire in cassa, indusse più d’uno a credere che quei pionieri dai volti scavati dalla fatica e dal sole fossero diventati tutti matti.
Invece ciò rispondeva al piano di padre Pio di effettuare i lavori a tappe, man mano che si raccoglievano i fondi per i vari lotti.
Pur volendo considerare che c’era stata una guerra di mezzo, i sette anni impiegati per racimolare quattro milioni facevano preludere tempi proibitivi per realizzare la clinica, il cui costo complessivo avrebbe superato di gran lunga il miliardo di lire. Ma una forza sconosciuta spingeva tutti a proseguire nell’intento.
L”Italia del dopoguerra era in gran parte da ricostruire, materialmente e spiritualmente, e questo rendeva tutto più complicato. Occorreva un vero miracolo, perchè il sogno di Padre Pio potesse avverarsi.
E il miracolo sarebbe avvenuto con l’arrivo a San Giovanni Rotondo di Barbara Ward.
- Padre Pio e la sua Opera – Ed. Casa Sollievo della Sofferenza- S. Giovanni Rotondo, 1986 – pag. 32 [↩]
Parte II – La nascita della Casa Sollievo della Sofferenza
febbraio 13, 2009 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Casa Sollievo della Sofferenza
Barbara Ward e i fondi americani dell’UNNRA
La Provvidenza si presentò sul Gargano sotto le sembianze di una donna dai tratti delicati: Barbara Ward, giornalista cattolica del «The Economist», massimo settimanale economico-finanzario inglese.

Cappella dell'Ospedale: Barbara Ward posa davanti ad una vetrata in cui la Madonna è riprodotta con il suo volto.
In uno dei suoi viaggi a Roma, sentì parlare di Padre Pio dal suo amico marchese Bernardo Patrizi ed espresse il desiderio di conoscerlo.
Il marchese sapeva che la donna coltivava amicizie con americani di alto livello, molto influenti. Perciò fu ben lieto di accompagnarla a San Giovanni Rotondo, pensando che la Ward potesse essere di aiuto per la causa di Padre Pio.
La giornalista giunse nei pressi del convento nell’autunno del 1947. La sua attenzione si soffermò su un nutrito gruppo di uomini, grondanti sudore. Essi picconavano la roccia con insolito vigore, come se avessero individuato un filone d’oro. Vide anche il sacerdote pietralcinese don Giuseppe Orlando, dirigere i lavori ed impartire istruzioni a destra e a manca.
Don Orlando non era riuscito a capire il motivo per cui Padre Pio gli avesse imposto di aprire il cantiere dell’ospedale, con i pochi soldi a disposizione. Però aveva obbedito e assunto gli operai, rifornendoli di picconi e badili.
Quindi aveva dato inizio allo spianamento del terreno per collegare la strada sterrata preesistente al costruendo ospedale, dopo aver delimitato il nuovo tratto stradale utilizzando picchetti in legno ed un gomitolo di spago.
Come mai tutta quella fretta in Padre Pio?
Le azioni degli uomini santi sono avvolte spesso nel mistero ed è difficile dare una risposta plausibile.
Può darsi che il frate, grazie alle sue facoltà premonitrici, sapesse già dell’arrivo della giornalista e che abbia voluto stuzzicare la sua curiosità preparandole quel curioso quadretto di operosità umana, in quel luogo dall’aspetto lunare.
Difatti, parlando di Barbara Ward, don Giusepe Orlando lasciò scritto nelle sue memorie:
«Domandò proprio a me: Che cosa fate?
E io risposi: Una grande clinica.
E che denaro vi occorre?
Sparai allora una bomba: 400 milioni.
E chi paga?
Chi passa paga. E la signorina passò e andò dal Padre».
Durante il colloquio con il Padre la donna gli chiese di pregare per la conversione al cattolicesimo del fidanzato Robert G. A. Jackson, di religione protestante.
Il cappuccino disse soltanto:
«Se il Signore vuole, si convertirà»
E lei: «Ma quando?».
La risposta la lasciò perplessa: «Se il Signore vuole, anche adesso».
Tornata a Londra, la Ward apprese del battesimo del fidanzato. Il suo stupore crebbe quando venne a sapere che si era battezzato proprio nelle ore in cui lei si era intrattenuta in colloquio con il frate stigmatizzato.
Jackson era ufficiale delle Nazioni Unite e consigliere delegato dell’UNRRA. Pertanto, era in contatto con molti membri del Governo americano.
Impressionato dal racconto della Ward, egli si prodigò a favore del progetto dell’ospedale voluto da Padre Pio.
Per meglio convincere gli interlocutori a finanziarlo, disse che una eventuale donazione sarebbe avvenuta in memoria del politico italo-americano Fiorello La Guardia, amatissimo dagli americani, originario della provincia di Foggia e scomparso da pochissimo tempo.
Fiorello Enrico La Guardia era nato nel Bronx l’11 dicembre 1882. Gli americani lo soprannominarono “the Little Flower” (“piccolo fiore”), traduzione letterale del nome italiano, che bene si addiceva alla sua bassa statura.
Trasferitosi con la famiglia in Europa nel 1898, dopo il congedo dal servizio del padre come maestro di banda militare, dal 1901 al 1906 Fiorello La Guardia prestò servito nei consolati degli Stati Uniti a Budapest, Trieste e Fiume.
Ritornato negli Stati Uniti, continuò gli studi all’università di New York. Contemporaneamente sfruttò la conoscenza di ben sette lingue lavorando come interprete sull’isola di Ellis (1907-1910), dove affluivano gli emigranti europei.
Candidato nella circoscrizione orientale di Harlem, popolata soprattutto da italiani, nel 1916 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, distinguendosi come appassionato riformatore.
Dal 1917 al 1919 La Guardia servì le forze armate americane come ufficiale dell’aeronautica sul fronte italo-austriaco. Avendo ricoperto a più volte anche la carica di sindaco di New York e quella di direttore generale dell’UNRRA, la proposta del maggiore Jackson di inviare fondi a San Giovanni Rotondo in in memoria di Fiorello la Guardia, incontrò il favore del Congresso degli Stati Uniti.
Intanto i braccianti sangiovannesi, ignari di tutto, continuavano a lavorare, asportando dalla montagna, con i loro poveri mezzi e con la fatica delle braccia, quasi centomila metri cubi di roccia.
Nel mese di maggio 1948 si inaugurò la fornace per la calce. Tutto era pronto per dare inizio alla costruzione del fabbricato; ma con quale denaro?
Puntuale come un orologio, arrivò il soccorso della Provvidenza.
Il 21 giugno 1948 il Governo italiano ricevette la notizia che l’UNRRA di Washington donava 400 milioni di lire per la costruzione dell’ospedale di Padre Pio.
Le autorità governative caddero dalle nuvole. Un ospedale a San Giovanni Rotondo? Nessuno ne sapeva nulla.
Ciò fece sussultare di gioia Padre Pio e tutta la Commissione. Purtroppo a San Giovanni Rotondo arrivarono solo 250 milioni. Il Governo italiano trattenne per sé i restanti 150, per motivi mai precisati.
La cosa suscitò la forte contrarietà del Padre, che considerò il fatto alla stregua di un furto legalizzato perpetrato ai danni della Provvidenza.
Un seme per il futuro
La mattina del 26 luglio 1954 venne aperto il poliambulatorio, dotato di pronto soccorso, medicina generale, pediatria, otorinolaringoiatria, odontoiatria e laboratorio di analisi cliniche
L’ospedale, costato complessivamente un miliardo e mezzo di lire, fu inaugurato il 5 maggio 1956.
Il 5 maggio 1957, primo anniversario dell’attività ospedaliera della Casa, Padre Pio tirò le somme del lavoro svolto e programmò quello futuro, parlando della realizzazione di una «città ospedaliera tecnicamente adeguata alle più ardite esigenze cliniche», con molti più posti letto, di due case, una per donne e una per uomini «dove gli spiriti e i corpi affaticati e stanchi vengano al Signore e ne abbiano da Lui sollievo», di un «Centro studi intercontinentale» per il perfezionamento della cultura professionale e per la formazione cristiana dei sanitari, affinché l’Opera diventasse sempre più «tempio di preghiera e di scienza, dove il genere umano si ritrovi in Gesù Crocifisso come un solo ovile, sotto un solo pastore».
Col trascorrere degli anni la Casa Sollievo della Sofferenza è diventata una cittadella sanitaria immessa nel verde. Il numero dei posti letto è passato dai 250 del 1956 ai 1.200 attuali. Ha una cubatura di 300.000 m3. Fino a qualche anno fa la sua crescita non ha conosciuto soste, al punto che in paese tutti la chiamavano scherzosamente “la fabbrica di San Pietro”.
Dal 1991 la Casa è anche «Istituto di Ricovero e Cura a carattere Scientifico» con riconoscimento del Ministero della Sanità. Vi operano circa 2.500 dipendenti.
Parte del programma del Santo è stato realizzato. Manca ancora un «Centro studi intercontinentale».
Ma la Provvidenza è grande e prima o poi un’altra persona generosa appartenente a qualche altro Ente filantropico “passerà e lascerà”, come è successo per Barbara Ward e i fondi dell’UNRRA, e anche quest’opera potrà essere realizzata.
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Parte III – Gli americani e la Casa Sollievo della Sofferenza
febbraio 11, 2009 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Casa Sollievo della Sofferenza
Nel mese di ottobre 1917 gli Stati Uniti inviarono due gruppi di avieri presso la scuola di addestramento dell’aeronautica militare italiana funzionante nell’aeroporto “Gino Lisa” di Foggia. Uno dei due gruppi era comandato dal Cap. Fiorello La Guardia.
Agli inizi del 918 gli allievi americani frequentanti erano 411. Molti di loro conseguirono a Foggia uno o due brevetti, con diritto a fregiarsi con l’aquila coronata del pilota italiano e con le ali del distintivo americano.
I piloti statunitensi ebbero il battesimo del fuoco in un’azione bellica compiuta con altri gruppi italiani a Falzé di Piave, dove c’era una forte concentrazione di truppe nemiche.
Nel mese di ottobre 1918 Fiorello La Guardia fu richiamato in Patria per formare squadriglie di piloti per i bombardieri Caproni costruiti negli Stati Uniti.
La scuola italiana, quindi, contribuì alla nascita dell’aeronautica militare americana, della quale la stessa Foggia avrebbe saggiata la forza distruttiva.
Durante il secondo conflitto mondiale, infatti, tra il mese di maggio e il mese di agosto 1943, i bombardieri dell’USAAF effettuarono sulla città pugliese, poco distante da San Giovanni Rotondo, ben dodici incursioni, due delle quali furono devastanti.
Il 22 luglio 1943 entrarono in azione i B17 del 97° e del 99° Bomb Group dell’USAAF. In un’altra incursione del 19 agosto furono impiegati settantuno «Liberator» e centosessantadue fortezze volanti, che sganciarono su Foggia 586 tonnellate di bombe.
A fine estate il 75% della città risultava gravemente danneggiata, con ampi quartieri rasi al suolo. Circa ventiduemila furono le vittime civili.
Per un amaro scherzo del destino, alcuni piloti americani avevano imparato la tecnica del volo e del bombardamento proprio nella scuola militare di Foggia. In guerra, purtroppo, i soldati sono chiamati a compiere per intero il loro dovere e devono obbedire sempre, anche quando l’azione può colpire persone alle quali si è legati da antichi sentimenti di amicizia.
Nello stesso anno, in base ad un piano preparato a Washington, si costituì l’UNRRA,1 un’organizzazione finanziata dalle nazioni che non avevano subito l’invasione delle forze dell’Asse. Questo ente aveva lo scopo di dare immediata e concreta assistenza ai paesi particolarmente colpiti dal secondo conflitto mondiale, al fine di favorirne la ricostruzione.
L’UNRRA aveva la sede amministrativa negli Stati Uniti d’America, che conferivano il 75% dei fondi.
L’Italia è tra le nazioni che ebbero maggiori benefici, avendo ricevuto circa 420 milioni di dollari in generi di prima necessità, che il Governo fu autorizzato a rivendere alla popolazione civile per realizzare i vari piani di assistenza nazionali.
Questi fondi e la grande laboriosità degli italiani resero possibile la rapida ripresa economica del Paese, messo in ginocchio dalla guerra.
Foggia fu bombardata principalmente perché era un attivissimo nodo ferroviario. La città aveva poi la sfortuna di essere situata in una zona altamente strategica, perfettamente pianeggiante, ricca di aeroporti utilizzati dalle forze aeree italo-tedesche.
La sua distruzione fu anche frutto della strategia elaborata e proposta dal comandante inglese dei bombardieri della RAF Arthur Travers Harris, accettata dagli alleati, che prevedeva il bombardamento indiscriminato di obbiettivi civili al fine di “concentrare le operazioni sul morale della popolazione” e accelerare la fine del conflitto.
L’arrivo degli alleati in Capitanata determinò nella zona la più alta concentrazione di aerei nella storia della seconda guerra mondiale. Dai suoi aeroporti decollarono i grossi bombardieri anglo-americani che sferrarono attacchi senza precedenti agli obiettivi militari e alle città dell’Europa centrale ed orientale.
L‘ONE WORD GROUP A SAN GIOVANNI ROTONDO
Alla fine di agosto 1948 Edward Corsi, Commissario Industriale del Governatore Dewey’s preannunciò l’arrivo a Roma di una delegazione statunitense. Ma la sua tappa principale era San Giovanni Rotondo, per partecipare alla cerimonia di intitolazione dell’ospedale in costruzione alla memoria di Fiorello La Guardia.
Il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi ricevette l’One Word group nel suo ufficio, per esprimere l’apprezzamento del governo e per offrire offrire la sua cooperazione.
La popolazione della Capitanata, ancora frastornata dalle luttuose vicende belliche e dalle ripetute scosse di terremoto del mese di marzo, poteva vivere finalmente una giornata ricca di solidarietà umana e di speranza per il futuro.
La rappresentanza americana capeggiata da Edward Corsi atterrò con un aeroplano Fiat G 12 nell’aeroporto «Amendola» di Foggia la mattina del 2 settembre 1948.
Il velivolo assunse le sembianze di una grossa colomba che si posava in terra di Capitanata con un messaggio di pace nel becco.
Una persona puntò l’indice verso l’aereo ed esclamò: «Ecco l’americano buono che viene dal cielo!».
Gli ospiti furono ricevuti dalle massime autorità provinciali, tra cui il Prefetto, il sindaco, il questore, i deputati provinciali, i deputati della Repubblica De Caro, De Meo, Petrilli, Giuntoli, i senatori Lanzetta e il sangiovannese Tamburano, il generale dell’Aeronautica Scarlatti e il colonnello Giordano, nonché dai rappresentanti di molte associazioni civili.
Gli americani erano impazienti di partire per San Giovanni Rotondo, per conoscere Padre Pio e i primi frutti della Provvidenza e della generosità americana. I duecentocinquanta milioni dell’UNRRA , infatti, avevano fatto riprendere i lavori dell’ospedale e l’edificio cominciava a mostraere le sue forme.
Mentre gli americani attraversavano in automobile l’abitato di San Giovanni Rotondo, contadini e braccianti gremivano ambo i lati della strada ed esultavano festanti.
La strada, addobbata a festa, era attraversata da striscioni riportanti le scritte a caratteri cubitali «Welcome», «Viva l’America», «Viva La Guardia».2
Gli americani non potevano capire quanto quella riconoscenza della popolazione fosse giustificata! I soldi dell’UNRRA, affidati al buon cuore di Padre Pio, avevano contribuito ad allontanare da San Giovanni Rotondo lo spettro della fame ed il pericolo di gravi disordini, simili a quelli scoppiati nel 1860 e nel 1920.
Nel 1946, con il rientro dei soldati dal fronte, la situazione in paese si era aggravata moltissimo a causa dell’enorme aumento dei disoccupati. La scarsezza di viveri aveva fatto impennare i prezzi. Pane e farina erano diventati generi reperibili soltanto al mercato nero, esercitato da manipolatori senza coscienza. C’erano state anche dimostrazioni di protesta davanti alla sede del Comune e alla Caserma dei Carabinieri.
Padre Pio aveva pregato l’americana Mary Adelaide Pyle di accompagnare il Presidente dell’Associazione degli ex Combattenti presso il Comando americano del campo d’aviazione di Amendola, per ottenere l’ingaggio di molti operai di San Giovanni Rotondo. Ma i lavori da eseguire nell’aeroporto erano stati pressoché ultimati e la sua missione era fallita.
I morsi della fame avevano fatto esplodere una sommossa popolare gravissima, che l’esigua forza pubblica non riuscì a sedare. Erano state bloccate le vie di accesso al paese e assaltate le case di coloro che notoriamente esercitavano il mercato nero.
Dopo alcuni mesi la crisi poté rientrare, grazie alla decisione di Padre Pio di anticipare l’apertura del cantiere per la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza. Furono assunti temporaneamente un centinaia di padri di famiglia, i cui salari avrebbero ben presto prosciugato la cassa con gravi conseguenze per l’ordine pubblico. Poi, fortunatamente, arrivarono i fondi dell’UNRRA.
Il cav. Francesco Morcaldi, conosciuto anche come “il sindaco di Padre Pio”, una trentina di anni dopo annotò:
«Dal 1947 il problema sociale di San Giovanni Rotondo, che costituiva una delle più pesanti situazioni della provincia di Foggia, e che aveva dato luogo a gravi sommosse popolari con conseguenze spesso cruente venne affrontato e risolto in pieno dalle iniziative di carità e di fraternità cristiana esercitate dall’umile padre cappuccino, per la cui opera la montagna più dimenticata e depressa del Gargano si trasformò in un’oasi di opere meravigliose a gloria di Dio e a sollievo della sofferenza umana».3
Circondati da quel clima pregno di gratitudine e di speranza per il futuro, gli ospiti americani giunsero al convento.
La porta si aprì. Il frate stigmatizzato uscì e andò loro incontro. La folla entrò in fibrillazione.
Tutti avevano gli occhi velati dalla commozione, gridavano ed applaudivano don Peppino Orlando, il dott. Guglielmo Sanguinetti, il Marchese Bernardo Patrizi e soprattutto gli americani, la cui presenza aveva indotto il frate ad uscire dal convento, come solo raramente accadeva. Finalmente la popolazione poteva stringersi intorno all’artefice del suo avvenire!
Il frate rimase bloccato. Per fargli percorrere le poche decine di metri che lo dividevano dal fabbricato in costruzione, si dovette utilizzare un’automobile protetta da un cordone di carabinieri.
Le fondamenta dell’ospedale poggiavano su un solido basamento di roccia calcarea che si affacciava sulla strada.
Un nutrito comitato di accoglienza comprendente i funzionari di governo, l’arcivescovo, i sacerdoti delle chiese del paese e molti frati, attendeva nello spiazzo antistante l’ospedale.
Gli ospiti furono sommersi dalla gente, dalla polvere, dal rumore e dalle attenzioni amichevoli. Erano diventati il principale punto d’interesse. Agli occhi degli americani, invece, il vero «eroe» del pomeriggio fu Padre Pio, la cui fama si era sparsa ormai oltre i confini d’Italia, che si era messo in testa di costruire un ospedale su una montagna così inospitale, partendo da una misera monetina d’oro.
Protetto da un ombrello, il Padre acconsentì a farsi ritrarre con i membri della delegazione dai fotografi della stampa, che abitualmente lo infastidivano.
Le contadine si spingevano e si accalcavano l’una sull’altra nel tentativo di raggiungerlo, di inginocchiarsi, di baciargli le mani, di ricevere la sua benedizione.
I membri della delegazione erano trattati con affetto e semplicità.
Faceva parte del gruppo la famosa giornalista Freda Kirchwey, la quale descrisse sul giornale americanoThe Nation gli avvenimenti della giornata.
Un membro del comitato d’accoglienza la tirò per un braccio e riuscì a farla incontrare con Padre Pio, aprendole un varco tra la folla.
Poi un uomo la fece sedere sotto il pronao della nascente clinica. Ragazze del luogo servirono un rinfresco.
Mentre riempivano di cibo il piatto della giornmalista, l’accompagnatore in un eccellente inglese le raccontò a di aver lasciato la città di Firenze, la sua casa, la sua famiglia ed una carriera stabile come ingegnere, per vivere in una casetta a San Giovanni Rotondo, come discepolo del frate santo. Poi le presentò sua sorella, una ragazza graziosa che trasportava un vassoio di caffé.
«E’ venuta a trovarmi – le confidò l’uomo – mentre era convalescente da una malattia. La vera ragione della sua venuta qui era di convincermi a tornare a casa. La mia famiglia non è religiosa e non può capire i motivi della mia scelta di vivere qui. Ma come vedete il loro piano non è riuscito: io sono rimasto qui e mia sorella con me! Anche lei ha imparato che cosa vuol dire restare accanto a Padre Pio».
La cerimonia proseguì con la benedizione della prima copertura del fabbricato, essendo stato realizzato il solaio tra il piano terra e il primo piano. Poi venne il momento tanto atteso: un drappo venne giù dal muro e apparve una lapide che intitolava il fabbricato a Fiorello La Guardia, per premiare la generosità degli Stati Uniti d’America.
La fanfara intonò l’inno americano, mentre bandiere a stelle e strisce e il tricolore italiano sventolavano tra le mani degli operai.
Durante la cerimonia Edward Corsi si espresse in un “ottimo italiano di New York”. Insieme all’incaricato d’affari statunitense Homer M. Byngton, auspicò con calore e sincerità la rinascita del popolo italiano, forte di un patrimonio millenario di civiltà, ma messo in ginocchio dalla guerra.4
Il vicesindaco di San Giovanni Rotondo, il dr. Sanguinetti, il Marchese Patrizi, don Peppino Orlando, l’on. Petrilli nei loro discorsi ringraziarono gli americani, mettendo in evidenza l’importanza di quell’ospedale.
Seguirono i ringraziamenti del Governo Italiano, affidati alle parole dell’Alto Commissario per l’Igiene e la Sanità.
Infine, la benedizione del Vescovo di Manfredonia scese su umili e potenti, poveri e ricchi, grandi e piccoli, accomunati tutti in un unico abbraccio.5
Finiva così una giornata settembrina, caratterizzata dalla solidarietà umana e dalla voglia di dire “Grazie” ad un’America dal cuore d’oro.
Le autorità risalirono soddisfatte sulle automobili e ripartirono per Foggia, per altre cerimonie, discorsi e panini “eccellenti ed enormi”.
La delegazione tardò a raggiungere l’aeroporto e il pilota dell’aereo si rifiutò di ricondurla a Roma. Essendo ormai sera e conoscendo i limiti del suo velivolo, egli preferì sorvolare gli Appennini alle prime luci del giorno seguente.
Gli americani trovarono Roma invasa dai giovani. Duecentomila ragazze dell’azione cattolica, giunte da ogni parte d’Italia, marciavano in corteo e affollavano i marciapiedi. Poi, accompagnate dalle suore, sciamarono nelle chiese per partecipare ai vari incontri.
Le cerimonie erano state preparate dal governo; si poteva osservare dappertutto lo sventolio di berretti rosso-mattone.
Scomparse le ragazze, un esercito di ragazzi ancora più grande, qualcosa come 300.000 giovani, si riversò nelle strade. La chiesa ed il governo stavano mostrando la loro unione politica nel modo più convincente, con gli eserciti della gioventù cattolica in marcia.6
A San Giovanni Rotondo intanto si era aperta un’altra oasi di carità, con nuove, più ricche e ancora più qualificate opportunità di lavoro.
Con i fondi UNRRA circa quattrocento disoccupati poterono guadagnarsi il pane come operai nella costruzione dell’ospedale, con un salario corrispondente alla paga sindacale e con l’assicurazione contro le malattie e gli infortuni, cosa rara per quei tempi nel meridione d’Italia. Non era che l’inizio. I lavori proseguirono alacremente. Le difficoltà economiche si riaffacciavano di tanto in tanto, ma non facevano più paura. Ormai i fior di milioni americani avevano dato fortissimo impulso a tutto l’apparato mobilitatosi a favore dell’ospedale. Le iniziative di beneficenza, infatti, si moltiplicarono.
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Note:
- United Nations Relief and Rehabilitation Administration (Amministrazione delle nazioni unite per il soccorso e la ricostruzione [↩]
- Cfr. Biblioteca Padre Pio San Giovanni Rotondo – La Gazzetta del Mezzogiorno – anno XLI – numero 207 - Inaugurato a San Giovanni Rotondo l’ospedale “Fiorello La Guardia” [↩]
- Cfr. Testimonianza dattiloscritta, parte II , pagg 5, 6 e 7 – Relazione del 14 aprile 1971 del Cav. Francesco Morcaldi di San Giovanni Rotondo [↩]
- The Nation, 20 novembre 1948, Jurney Among Creeds, III Rome and Foggia, di Freda Kirchwey. [↩]
- Cfr. Biblioteca Padre Pio San Giovanni Rotondo – La Gazzetta del Mezzogiorno – anno XLI – numero 207 - Inaugurato a San Giovanni Rotondo l’ospedale “Fiorello La Guardia” [↩]
- The Nation, 20 novembre 1948, Jurney Among Creeds, III Rome and Foggia, di Freda Kirchwey. [↩]
Parte IV – Due nomi per l’Ospedale di Padre Pio
febbraio 10, 2009 by Giulio Giovanni Siena
Categoria Casa Sollievo della Sofferenza
Ospedale Fiorello La Guardia o Casa Sollievo della Sofferenza?
Nella storia dell’ospedale c’è un piccolo giallo da chiarire. Riguarda la sua intitolazione.
A partire dal 1947 i giornali e le riviste assecondarono le giuste aspettative degli americani e parlavano sia di ospedale «Fiorello La Guardia», sia di «Casa Sollievo della Sofferenza». Un giornale lo chiamò addirittura con tutti e due i nomi: «Casa Sollievo delle Sofferenza Fiorello La Guardia».
Per costruire un ospedale grande e dotato di strumentazioni tecnicamente avanzate come quello concepito da Padre Pio, occorrevano molti più soldi dei duecentocinquanta milioni di lire dell’UNRRA arrivati a San Giovanni Rotondo. Tuttavia questa ingente somma di denaro diede un fortissimo impulso alla realizzazione del progetto di Padre Pio, che altrimenti sarebbe rimasto fermo sulla carta.
Dopo lo scetticismo iniziale, i giornali di tutto il mondo parlavano ormai della clinica in costruzione in una zona impervia del Gargano, pubblicavano fotografie e servizi, spingendo i lettori ad inviare un contributo in denaro per realizzare un sogno.
Le iniziative di beneficenza si moltiplicarono. Nel mese di giugno 1951 risultavano già spesi complessivamente 450 milioni di lire.
Gli amici di Padre Pio seguivano le vicende della clinica attraverso il bollettino «La Casa Sollievo della Sofferenza», organo ufficiale dei «Gruppi di Preghiera» che iniziavano ad espandersi nel mondo.
Il bollettino, oltre a fornire notizie sulle attività dei gruppi, li informava nei minimi particolari di ogni cosa realizzata, di come il denaro raccolto venisse speso, di ogni piccola e grande vittoria.
Attraverso le sue pagine persone eccezionali, che avevano rinunciato a tutto per vivere accanto a Padre Pio, trasmettevano ai lettori la loro gioia, le loro speranze e le loro intense e coinvolgenti emozioni, sapendo di vivere momenti straordinari accanto ad un umile frate che offriva al Signore le sofferenze del proprio corpo piagato per intercedere il bene dei fratelli bisognosi.
Gli appelli accorati generarono una serie di attività spontanee come lotterie, pesche di beneficenza, serate artistiche e musicali, tutte finalizzate a raccogliere fondi per l’ospedale di San Giovanni Rotondo.
In ambito nazionale si istituirono giornate particolari di solidarietà pro-ospedale che coinvolsero a turno le categorie degli insegnanti, delle forze armate, dei ferrovieri, delle poste, e così via. Mille rivoli di bontà alimentavano la borsa della Provvidenza.
Molte offerte arrivarono dall’estero, soprattutto dalla Svizzera e, ancora una volta, dagli Stati Uniti d’America. Ci furono una miriade di altre offerte, grandi e piccole, talvolta insignificanti dal punto di vista economico, ma ugualmente importanti agli occhi di Dio. In pochissimi anni la raccolta di fondi superò il miliardo di lire.
Grazie a questa offerte, l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, iniziato con i fondi dell’UNRA, potè essere completato ed inaugurato il il 5 maggio 1956.
A questo punto l’intitolazione dell’ospedale a Fiorello la Guardia avrebbe oscurato i meriti di una miriade di benefattori.
Quando il 21 giugno 1950 il dott. Guglielmo Sanguinetti, munito di martello e scalpello, ebbe assestato il primo colpo sulla lettera C della scritta abbozzata sulla facciata superiore dell’ospedale, fu chiaro a tutti che l’Ospedale si sarebbe chiamato «Casa Sollievo della Sofferenza». Ora, alla luce di quanto detto, si capisce che quella era stata la scelta giusta.
Peraltro questo è il nome che padre Pio aveva scelto per l’ospedale l’11 gennaio 1940. Esso compariva già nell’atto notarile costitutivo della società sorta per la realizzazione dell’opera, redatto il 5 ottobre 1946 ed approvato dalle autorità religiose ed amministrative.
Padre Pio aveva voluto dare alla sua creatura un nome che sintetizzasse in quattro parole un vero progetto d’amore, così ambizioso e lontano dalla realtà presente da poter essere realizzato soltanto con il forte sostegno della fede, della speranza e della carità.
Il dr. Sanguinetti scrisse:
«Casa Sollievo della Sofferenza è oltre e più di un titolo, è un programma, il programma di un grande Cuore che intende effondere nell’umanità l’Amore Divino applicato all’assistenza dei malati.
«La clinica che sta sorgendo sotto tale titolo rappresenta una resurrezione; la resurrezione dell’Amore in una umanità, tanto tormentata dall’odio e dalla violenza, che di Amore ha bisogno più che di pane. E siccome parliamo proprio di umanità, ciò vuol dire che ovunque ci sono uomini esiste tale sete di Amore e quindi esiste la necessità di simili Opere animate da simile spirito.
«La Casa Sollievo della Sofferenza dovrà essere dovunque il primo anello di una grande catena, dovrà essere il modello di tante altre, innumerevoli Case con lo stesso nome e soprattutto con lo stesso spirito che dovranno riportare l’Amore a tutta l’umanità. Un programma che farebbe tremare, se non fosse ispirato da Dio stesso che è soprattutto Amore! ».1
La promessa di intestare l’ospedale a Fiorello La Guardia, fatta dal delegato dell’UNRRA Robert G. A. Jackson alle autorità governative americane per ottenere i finanziamenti, costituisce un piccolo incidente di percorso. Lui, infatti non sapeva che Padre Pio aveva già fissato, anche in forma solenne, il nome dell’ospedale.
L’ospedale di San Giovanni Rotondo, quindi, idealmente ha due nomi. Il primo, quello ufficiale, lo ricollega ad un progetto di ispirazione divina; il secondo lo lega ad un gesto umano di sconfinata generosità caritativa.
La riconoscenza verso le autorità americane è comunque rimasta immutata nel tempo, così come il ricordo di tutte le persone che hanno reso possibile il miracolo del Gargano.
Oggi, ai piedi della scalinata che conduce all’ospedale, un lapide, affissa a fianco ad una fontana a forma di conchiglia, ricorda Fiorello La Guardia e la generosità dell’UNRRA. L’epigrafe recita:
LA SOCIETA’ CASA SOLLIEVO DELLA SOFFERENZA / INIZIAVA /CON LA POSA DELLA PRIMA PIETRA / IL 16 MAGGIO I947 / QUESTA GRANDE OPERA DI CARITA’ CRISTIANA / IL 21 GIUGNO 1948 / AGLI ALTRI BENEFATTORI SI UNI’ / UN POSSENTE AIUTO CON I FONDI UNRRA / LA FRATELLANZA UMANA ATTRAVERSO GLI OCEANI / LA SOCIETA’ GRATA E RICONOSCENTE / RICORDA QUESTO OSPEDALE IN NOME DI / FIORELLO LA GUARDIA / PRESIDENTE DELL’UNRRA E SINDACO DI NEW YORK /
La sera dell’inaugurazione dell’ospedale il prof. Waugensteen, medico statunitense, dopo aver sentito Padre Pio parlare della professione medica, esclamò:
«Qui tutto è bello, buono, meraviglioso. Ho però un cruccio: che di padre Pio al mondo ve ne sia uno solo. Peccato che non ve ne siano di più».
Quando gli tradussero la frase, Padre Pio scoppiò in una risata e si coprì la faccia dicendo:
«Poveri noi!… Dio ce ne scampi e liberi!»
- cfr. Bollettino Casa Sollievo della Sofferenza, n. 7 , luglio 1950, a firma di N.O.S. , pseudonimo di G. Sanguinetti [↩]








